Trasparenza dei salari? Non è così (2)

Una delle letture più diffuse – e più sbagliate – della trasparenza salariale è che da giugno tutti potranno sapere quanto guadagnano i propri colleghi o il proprio capo. Non è così, e il decreto lo dice esplicitamente in più punti. Lo scrive la testata Geopop.

Quello che un lavoratore può richiedere è la media retributiva per genere della categoria a cui appartiene, non la retribuzione individuale di nessun altro.

L’articolo 7, comma 7, è molto preciso su questo: le informazioni ottenute nell’esercizio del diritto di informazione non possono in nessun modo rendere conoscibili le condizioni economiche individuali di altri lavoratori, né direttamente né indirettamente. Il Garante per la protezione dei dati personali ha contribuito a rafforzare questa impostazione nel testo definitivo approvato.

Quello che cambia, dunque, non è la trasparenza individuale ma la trasparenza sistemica: si potrà capire se, in media, la propria categoria è pagata equamente tra uomini e donne, non quanto guadagna il singolo collega.

Questo vale anche per i dati che le grandi aziende dovranno comunicare all’organismo di monitoraggio istituito presso il Ministero del lavoro: sono dati aggregati, pensati per rilevare pattern strutturali di discriminazione, non per rendere pubbliche le buste paga individuali.

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