Smart working e giornata (mondiale) bici

Cinque anni dopo la grande accelerazione imposta dalla pandemia il lavoro da remoto non è tramontato. Si è stabilizzato, stratificato, differenziato. “Ed è diventato, in molti settori, l’asse portante di un nuovo patto tra imprese e lavoratori. Leggere questa trasformazione nella sua complessità è la condizione per poterla governare”. Lo ha detto il direttore dell’agenzia giornalistica 9colonne Paolo Pagliaro nel corso del convegno “Lavoro da remoto: nuovi equilibri tra lavoro, imprese e famiglie” nella sede Inps di Palazzo Mazzoni, a Roma.

 “Nel mondo circa 330 milioni di persone lavorano regolarmente da remoto, con il modello ibrido che domina tra le grandi aziende. In Italia la platea censita dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano è di circa 3 milioni e 600 mila persone. Ci sono dinamiche profondamente diverse per dimensione aziendale: nelle grandi imprese la tendenza è alla crescita, nelle piccole medie imprese – spina dorsale del tessuto produttivo italiano – il numero di lavoratori da remoto è invece sceso, con solo l’8% delle aziende che prevede ulteriori incrementi. Nella pubblica amministrazione il 17% degli addetti – 550 mila persone – usufruisce di una qualche forma di Smart working. Qui c’è una tensione ancora irrisolta tra spinte alla modernizzazione e resistenze organizzative, tra obiettivi di servizio al cittadino e modelli di controllo ancorati alla presenza fisica”, ha continuato, per poi affermare: “Le grandi imprese e il mondo hi-tech mostrano un’altra dinamica. Nelle prime metà del personale – anche in Italia – lavora da remoto. Nella Silicon Valley c’è invece la contro-rivoluzione del “Return to Office”: da Apple a Google, da Amazon a Meta, le grandi piattaforme stanno richiamando i lavoratori in sede, almeno in forma ibrida. C’è chi pensa che l’invito al controesodo nasca dal desiderio di ridurre il costo del lavoro, incentivando le dimissioni”.

Lo smart working cambia la qualità delle aspettative e delle rivendicazioni di chi ne usufruisce. Il nuovo Rapporto Eudaimon-Censis segnala che il 58% dei giovani rivendica il diritto alla disconnessione, cioè alla irreperibilità fuori dall’orario di lavoro.

Per molti ragazzi il diritto alla disconnessione è diventato un criterio di scelta dell’impiego, al pari della retribuzione”, ha proseguito il giornalista e scrittore. “C’è poi il tema della produttività, centrale in ogni dibattito sul lavoro da remoto. Anche in questo caso non ci sono risposte semplici.

 I dati dicono che il 61% dei lavoratori si dichiara più produttivo da casa e che ogni punto percentuale di aumento del lavoro da remoto si associa a un incremento della produttività totale dei fattori. Ma la produttività ha molte dimensioni: c’è quella individuale e quella collettiva, quella di breve periodo e quella dell’innovazione, che nasce spesso da contatti informali difficili da replicare in digitale.

Ed è di un terzo – dunque non marginale – la quota di dipendenti da remoto che si dichiara meno coinvolto nel proprio lavoro rispetto ai colleghi in ufficio, luogo in cui è possibile trovare mentoring, relazioni e crescita professionale: il rischio di disconnessione emotiva e sociale è reale e non va sottovalutato.

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