
Un pc, un tavolo e un caffè sono, per alcuni, gli elementi essenziali di una giornata lavorativa. Ciò che realmente fa la differenza, però, è il contesto in cui questa si svolge. La pandemia ha infatti accelerato la diffusione dello smart working in Italia, rivoluzionando il tradizionale paradigma lavorativo, basato sulla presenza in ufficio. Un simile cambiamento strutturale ha trasformato non solo la natura degli uffici, ora meno popolati, ma anche quella di bar, caffetterie e sale da tè. Ma in che modo?
I locali della ristorazione offrono a chi è in cerca di un’alternativa all’ambiente domestico o aziendale uno spazio informale, dinamico e stimolante. Per un freelancer o un nomade digitale, infatti, un bistrot può rappresentare un’alternativa valida perché caratterizzato da un sottofondo vivace e da un senso di socialità, aspetti assenti nel lavoro individuale.
Il fenomeno dei cartelli “No laptop”
Proprio questa crescente abitudine ha spinto molti proprietari a esporre all’ingresso dei loro locali cartelli con la scritta “No Laptop”. Un fenomeno approfondito in un articolo del The Guardian, che ha raccolto le diverse strategie adottate dagli esercenti in Inghilterra e negli Stati Uniti: dal divieto di utilizzare il pc nei fine settimana alla limitazione in fasce orarie specifiche, fino alla proibizione totale.
Difatti la consuetudine di occupare i tavoli per ore ordinando solo un caffè non solo riduce la rotazione della clientela ma, soprattutto, incide sugli incassi. Per i proprietari, il rischio è quello di trasformare il locale in un ufficio improvvisato, penalizzando l’atmosfera conviviale e la sostenibilità economica dell’attività.
Sicurezza: i requisiti dello smart working
Se per i lavoratori autonomi e i nomadi digitali le caffetterie rappresentano un rifugio stimolante, per i dipendenti in smart working la situazione è ben diversa perché disciplinata da normative aziendali e regolamenti che prevedono requisiti di sicurezza, riservatezza e stabilità della connessione.
In Italia, il lavoro da remoto è regolato dalla Legge n.81/2017, che impone al datore di lavoro di garantire condizioni adeguate anche oltre le mura dell’ufficio. Ciò significa che lavorare in un ambiente non attrezzato – come una caffetteria – può costituire un problema per la sicurezza, l’ergonomia, la protezione dei dati e la connessione internet sicura. In questa prospettiva gli spazi di coworking risultano un’alternativa adeguata perché ambienti attrezzati in grado di garantire condizioni ottimali di produttività e sicurezza.
Tre spazi coworking nella Capitale
Se da un lato le caffetterie vietano l’uso dei pc e dall’altro non offrono le condizioni ideali per una giornata di lavoro, dove andare? Ecco tre alternative a Roma per chi è alla ricerca di un ambiente adatto allo smart working:
- A pochi passi dalla basilica di Santa Maria Maggiore, StarwayLab offre uno spazio è di 160 metri quadri su 2 piani. A partire da 250 euro mensili è possibile affittare scrivanie comprensivi di tutto, dalla linea internet all’utilizzo dell’angolo cottura.
- Divenuto il coworking del Municipio VIII, il Millepiani di Garbatella mette a disposizione – oltre agli spazi dove lavorare da remoto – una piattaforma online per dare visibilità ai progetti dei coworker.
- In zona Trionfale c’è Maple è uno spazio che dispone sei postazioni per coworking, una grande sala riunioni con diciotto sedute, sistema di videoconferenza e videoproiezione. Non solo: nella bella stagione il giardino viene attrezzato per lavorare all’aperto.
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