
Negli ultimi anni il dibattito pubblico sul lavoro si è concentrato sul tema del salario minimo legale.
La proposta più discussa è stata quella di fissare per legge una soglia minima oraria di nove euro lordi, considerata da molti necessaria per contrastare il lavoro povero e il dumping contrattuale.
Con il Decreto Primo Maggio, il Governo ha spostato il baricentro del confronto lanciando il concetto di “salario giusto”.
Dal salario minimo legale al salario giusto
Il decreto richiama gli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione e individua nella contrattazione collettiva lo strumento di attuazione del principio di retribuzione proporzionata e sufficiente previsto dall’art. 36 Cost.
L’obiettivo è quello di non affidare la tutela dei salari ad una soglia numerica fissata per legge, rafforzando il ruolo dei contratti collettivi firmati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative.
Nello specifico, il decreto introduce una serie di incentivi volti a favorire l’occupazione di giovani, donne e nelle ZES, oltre ad un esonero dal versamento dei contributi previdenziali per le aziende che sostengono la conciliazione tra famiglia e lavoro.
Per accedere a questi incentivi è necessario che il trattamento economico erogato sia pari o superiore a quello individuato dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale.
La logica appare chiara: contrastare i contratti pirata valorizzando i CCNL leader del settore.
Questo meccanismo non viene pensato solo per i settori già coperti da contrattazione, ma anche per i settori in cui la copertura contrattuale è assente o debole. In questi settori, il trattamento economico da applicare sarà quello previsto dal CCNL più rappresentativo il cui ambito di applicazione sia maggiormente connesso all’attività effettivamente esercitata dal datore di lavoro.
I sindacati divisi tra tutela salariale e difesa della contrattazione
Il decreto ha ricevuto valutazioni differenti da parte dei tre principali sindacati italiani.
La UIL ha definito “risultato importante” la scelta di individuare nei CCNL sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il parametro di riferimento per la determinazione del salario giusto rafforzando, così, il ruolo dei principali soggetti sindacali nella tutela delle retribuzioni e nel contrasto al dumping. Il segretario generale Bombardieri ha, tuttavia, sottolineato come l’occupazione non si crei esclusivamente con i bonus, ma con investimenti e politica industriale.
La CISL ha parlato di un “passo importante”, anche in questo caso elogiando il riconoscimento da parte del Governo della “buona contrattazione”. Interessante anche la posizione espressa sul salario minimo legale, definito un possibile “schiacciamento verso il basso”, inteso come la possibilità che l’imposizione di un salario minimo tramite legge possa appiattire la retribuzione dei lavoratori sui limiti minimi legali riducendo il margine di manovra contrattuale attualmente in capo ai sindacati.
Molto più critica, invece, la CGIL, secondo cui il decreto finisce per destinare risorse prevalentemente alle imprese senza incidere realmente sui salari dei lavoratori né eliminare i contratti pirata. La posizione della CGIL è particolarmente favorevole all’introduzione di un salario minimo legale, che secondo il primo sindacato italiano fornirebbe una base solida da utilizzare come leva nella contrattazione con le parti datoriali.
Il vero nodo irrisolto
I Costituenti avevano immaginato un sistema nel quale i contratti collettivi stipulati dai sindacati rappresentativi potessero avere efficacia generale. Tuttavia, dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi, quel modello non è mai stato attuato dalla legge ordinaria.
Il risultato è un sistema nel quale convivono contratti collettivi rappresentativi e contratti pirata che lascia spazio a importanti disparità di trattamento tra i lavoratori.
In questo contesto il salario minimo legale diventa, per alcuni, una “rete di protezione”, per altri una soluzione che rischia di sostituirsi alla contrattazione senza risolvere il problema della rappresentanza.
Forse, allora, la questione centrale non è scegliere semplicemente tra salario minimo e salario giusto.
La vera sfida è costruire un sistema nel quale la contrattazione torni ad essere realmente forte, rappresentativa e capace di garantire salari dignitosi, ma anche di gestire in maniera equilibrata gli altri aspetti del rapporto di lavoro.
E se per farlo sarà necessario riaprire, ancora una volta, il cantiere dell’attuazione dell’art. 39 Cost., magari, come suggerito nei giorni scorsi dai segretari generali dei principali sindacati italiani dando forza di legge agli accordi interconfederali sulla rappresentanza, allora l’auspicio è che ciò possa avvenire in un clima di reale collaborazione tra politica e parti sociali per superare definitivamente uno dei problemi strutturali con cui il nostro Paese convive ormai da troppo tempo.
Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.
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