Ma la Crisi di Hormuz chi favorisce?

La guerra in Medio Oriente e la conseguente instabilità nello Stretto di Hormuz hanno contribuito a una nuova fase di volatilità sui mercati energetici globali. Nel mese di marzo, questa dinamica ha avuto effetti significativi sia sui prezzi del petrolio sia sulla redistribuzione dei flussi commerciali.

Il petrolio Urals ha registrato un marcato rialzo: il prezzo medio è aumentato del 67% rispetto al periodo dicembre 2025-febbraio 2026, raggiungendo 94,5 dollari al barile, un livello nettamente superiore al price cap di 44,1 dollari fissato da Unione europea e Regno Unito. Nel corso del mese le quotazioni hanno continuato a salire, toccando un massimo intramensile di 110 dollari e un picco di 126 dollari il 7 aprile, livelli che non si osservavano dal 2013.

Secondo le stime di Reuters, questo andamento ha avuto un impatto diretto sulle entrate fiscali russe. In particolare, ad aprile i ricavi derivanti dalla principale imposta sui prodotti petroliferi dovrebbero raddoppiare, raggiungendo circa 9 miliardi di dollari. Sul piano commerciale, la Cina si conferma il principale sbocco energetico della Russia. A marzo ha rappresentato il 43% delle entrate totali tra i primi cinque importatori, per un valore di circa 8,5 miliardi di euro.

Il greggio costituisce il 78% delle importazioni energetiche cinesi dalla Russia, seguito da gas via pipeline, prodotti petroliferi, carbone e Gnl. Le importazioni complessive di greggio via mare risultano in lieve calo su base mensile (-1%), mentre quelle dalla Russia sono aumentate del 32%. Parallelamente, i flussi tramite oleodotto ESPO sono cresciuti del 14%, raggiungendo i livelli più alti dal 2022. Anche l’India si conferma un attore centrale nella domanda di combustibili fossili russi. A marzo le importazioni hanno raggiunto 5,8 miliardi di euro.

Il greggio rappresenta il 91% del totale, mentre la quota restante è composta da carbone e prodotti raffinati. Nel complesso, le importazioni energetiche indiane sono diminuite del 4%, ma quelle provenienti dalla Russia mostrano un incremento sia su base mensile sia su base annua. In particolare, si segnala la forte crescita degli acquisti da parte delle raffinerie statali, aumentati del 148% su base mensile. Questo dato indica una maggiore disponibilità di barili sul mercato spot e una ricalibrazione delle fonti di approvvigionamento.

La Turchia si colloca al terzo posto tra gli importatori, con circa 1,9 miliardi di euro di acquisti. Le raffinerie turche stanno continuando a diversificare le fonti di approvvigionamento. Tuttavia, mantengono ancora una quota significativa di greggio russo. Questa dinamica si inserisce in un contesto di riorganizzazione delle rotte energetiche, influenzato anche dalla volatilità proveniente dal Medio Oriente. Per quanto riguarda l’Unione europea, i dati confermano un ruolo ancora significativo, ma sempre più indiretto, nei flussi energetici legati alla Russia.

A marzo, i 5 principali importatori europei hanno acquistato circa 1,3 miliardi di euro di combustibili fossili russi. La composizione di questi flussi evidenzia una dipendenza che si è spostata dalla dimensione diretta a quella mediata: il gas naturale rappresenta infatti il 69% del totale, mentre il petrolio e i prodotti raffinati continuano a entrare nel mercato europeo attraverso canali meno trasparenti e rotte riorganizzate.

In questo quadro, la Spagna si conferma il principale hub europeo per il Gnl russo, seguita da Francia e Ungheria. Gli analisti del Crea evidenziano una persistenza di flussi via gasdotto verso alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, segnalando “una frammentazione sempre più evidente del mercato energetico europeo, più che una sua effettiva disconnessione dalla Russia”.

GEA

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