L’immigrazione regolare come leva di sviluppo economico: il caso spagnolo

Negli ultimi anni il dibattito europeo sull’immigrazione ha oscillato tra emergenza e sicurezza, mentre molto meno spazio è stato dedicato alla sua dimensione strutturale, cioè al ruolo che può svolgere nella tenuta economica e demografica dei Paesi.

Eppure, l’esperienza spagnola mostra come le politiche migratorie possano essere integrate in una strategia di sviluppo più ampia, capace di incidere non solo sulla composizione della popolazione, ma anche sulla dinamica dell’occupazione e della produttività.

Come rappresenta Gianmaria Olmastroni in un articolo pubblicato dall’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica del Sacro cuore dal titolo “La Spagna cresce e noi no”, dal periodo pre-pandemico al 2025, l’economia spagnola ha registrato una crescita complessiva superiore a quella italiana (9,8% contro 6,5%), confermando nel 2025 un ulteriore aumento del PIL (3%) rispetto al 2024.

Parallelamente, il mercato del lavoro ha mostrato segnali di rafforzamento, con una significativa creazione di nuovi posti e un livello di occupazione che ha superato i 22 milioni di persone. Il tasso di disoccupazione, invece, è sceso ai livelli più bassi degli ultimi diciassette anni (9,9%), pur rimanendo sopra la media europea, come scrive Ilaria Mariotti sul quotidiano Parole di Management, “Posti di lavoro solo nei numeri”.

L’economia spagnola: uno sguardo alle politiche migratorie

Ridurre tutto a una semplice ripresa ciclica sarebbe però parziale. La crescita della forza lavoro in Spagna è stata sostenuta da un ampio flusso migratorio che ha contribuito ad aumentare la popolazione in età lavorativa, con una quota rilevante delle posizioni vacanti ricoperta da persone migranti o con doppia cittadinanza.

Nel maggio 2025, infatti, in Spagna è entrato in vigore il Real Decreto n. 1155/2024, una riforma strutturale fortemente voluta dal Primo Ministro Pedro Sànchez che ha semplificato l’accesso ai permessi di lavoro e soggiorno per centinaia di migliaia di lavoratori irregolari che dimostrino di essere presenti nel Paese da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025 e siano privi di precedenti penali. L’accettazione dell’istanza sospende eventuali procedimenti di espulsione e concede un permesso di soggiorno temporaneo di un anno con autorizzazione al lavoro e con possibilità di rinnovo.

La riforma punta a regolarizzare fino a 300.000 persone l’anno fino al 2027, prevedendo una riduzione dei requisiti di residenza per alcune forme di integrazione, l’estensione del visto per ricerca occupazione e la possibilità di registrarsi sia come lavoratori autonomi sia come dipendenti.

Modelli a confronto: quando la migrazione diventa risorsa economica?

È all’interno di questo quadro che il confronto con l’Italia assume una valenza concreta, perché il nodo non riguarda soltanto la quantità degli ingressi, ma la capacità di trasformare una presenza già esistente in partecipazione economica stabile.

In un articolo su Open Migration dal titolo “Regolarizzare le persone migranti per supportare l’economia”, Sara Gherardi analizza il tema della regolarizzazione dei migranti offrendo un confronto tra la gestione migratoria in Italia e l’attuale politica spagnola, in cui l’immigrazione ha contribuito in modo sostanziale all’aumento demografico del Paese. Mentre nel territorio iberico l’aumento dell’occupazione e della produttività si è intrecciato con una crescita della forza lavoro migrante, in linea con una strategia che collega integrazione e sostenibilità del welfare, in Italia le attuali procedure burocratiche rendono spesso difficile l’accesso regolare al mercato del lavoro per molti migranti, con conseguente inefficienza nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Ciò porta a una situazione paradossale: se da un lato molte aziende denunciano la mancanza di giovani lavoratori, dall’altro migliaia di migranti presenti sul territorio restano in condizioni di irregolarità per anni, spesso occupandosi in lavori non dichiarati o sottopagati.

L’inclusione come crescita

Sebbene le problematiche relative al lavoro giovanile in Italia restino complesse e multifattoriali, con difficoltà di accesso a opportunità stabili, il caso spagnolo è solo un esempio di come l’inclusione possa trasformarsi in crescita economica, di come piccoli passi possano fare la differenza per un modello di società più sostenibile.

La questione, allora, non può essere ridotta ad una scelta di politica amministrativa. Riguarda il modello di sviluppo che si intende perseguire. Se la regolarizzazione viene concepita come strumento ordinario di inclusione, fondato su lavoro, formazione e stabilità familiare, può incidere sulla struttura economica e contribuire alla sostenibilità nel lungo periodo.

Se resta invece episodica o frammentata, rischia di non trasformare in opportunità una presenza che, di fatto, è già parte integrante della realtà produttiva.

Valeria Cappellano
Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.

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