
Percorrendo il viale che collega piazzale Aldo Moro alle varie Facoltà dell’Università La Sapienza di Roma è possibile che lo sguardo incroci la targa commemorativa a Peppino Impastato. Questa lastra di metallo, di ceramica, di pietra, di legno o di altro materiale ha la funzione di custodire la memoria, ovvero rendere visibile chi – con la propria vita – ha lasciato un segno, un vuoto. Restituire, cioè, alla collettività la consapevolezza di un’eredità morale e civile che va oltre il singolo.
È il caso di Giuseppe Impastato (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978) che – prima ancora di essere giornalista, attivista e militante antimafia – è stato quel figlio che ha disconosciuto il proprio padre, Luigi Impastato. Scriveva Impastato: «Arrivai alla politica nel lontano novembre del 1965, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare divenuto ormai insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto con connotati ideologici tipici di una società tardo contadina e preindustriale» (S. Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1995).
I quarantasette anni dall’omicidio
All’inizio di questo mese presso la Casa Memoria Felicia Impastato si sono tenuti cinque giorni di convegni, laboratori e concerti in memoria dei quarantasette anni dall’assassinio di Peppino Impastato. Quanto però merita di essere ribadito alle istituzioni e alla società civile lo ha spiegato bene Umberto Santino, fondatore assieme ad Anna Puglisi del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo. Egli, infatti, affermava: «recuperare la memoria del passato non significa edificare altarini, ma far riemergere verità scomode» (Cento Passi, Meridiana No. 40, 2001).
Le occupazioni dell’università nel ’68, la mobilitazione al fianco dei contadini contro l’esproprio delle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, le denunce taglienti e ironiche veicolate attraverso il programma Onda Pazza di Radio Aut e l’attivismo instancabile durante la campagna elettorale per le amministrative della primavera del 1978, rappresentano tutte espressioni concrete e pragmatiche di una resistenza civile e culturale.
Libertà di stampa: Italia al 49esimo posto. Facciamo finta che tutto va ben?
La storia di Peppino Impastato non si esaurisce in una cornice geografica, ma interessa la tenuta democratica di un paese intero. Il suo impegno e sacrificio contro il potere mafioso e la sua scelta di usare la parola come veicolo di denuncia ci ricordano che la libertà di espressione è un fondamento essenziale di un ordinamento libero e partecipativo.
A distanza di decenni, la situazione dell’informazione in Italia continua a sollevare non poche preoccupazioni. Secondo il World Press Freedom Index 2024 pubblicato da Reporters sans frontières (RSF), l’Italia si colloca al 49° posto su scala globale per la libertà di stampa. Tale dato allarmante, continua il rapporto, è dovuto alle seguenti ragioni: pressioni politiche, concentrazione della proprietà dei media, intimidazioni ai giornalisti e un crescente clima di ostilità nei confronti della stampa indipendente (Fonte: Reporters Sans Frontières).
In questo contesto, la figura di Impastato assume una valenza ancora più attuale: la sua lotta per una comunicazione libera, autentica e coraggiosa è un monito contro ogni forma di censura, compromesso o servilismo mediatico. Non è solo memoria: è un’eredità che interroga il presente. Restare indifferenti significherebbe tradirla, come se potessimo davvero cantare – con perniciosa complicità – quella canzonetta di Radio Aut: Facciamo finta che tutto va ben, tutto va ben.
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