
“I am a patient boy, I wait, I wait, I wait, I wait/
My time is like water down a drain/
Everybody’s moving, everybody’s moving, everybody’s moving, moving, moving, moving/
Please don’t leave me to remain in the waiting room”
Nel 1988 i Fugazi esordivano raccontando un’attesa senza fine (“Ti prego non lasciarmi ad aspettare in sala d’attesa”). A distanza di quasi quarant’anni suona come una profezia.
Rispetto al 2019 ci sono un milione di occupati in più e si lavorano in media 35 ore in più all’anno, eppure il 56% dei lavoratori è insoddisfatto del proprio stipendio. Ne emerge il ritratto di una popolazione che reagisce chiudendosi: si esce e si consuma meno e il tempo per sé stessi acquista un valore nuovo.
Un Paese in stallo
Dietro questa tendenza c’è un’economia ferma, complici i conflitti geopolitici e l’aumento dei costi dell’energia sul piano internazionale.
Ma secondo Coop il limite è anche interno: nonostante i fondi straordinari del Pnrr, la crescita non riparte. Linkiesta, analizzando sempre il rapporto Coop, riporta stime del Pil allo 0,8% nel 2026 e allo 0,9% nel 2027, e il confronto con la Spagna è impietoso: negli ultimi anni la produttività italiana è scesa dello 0,2%, quella spagnola è salita dello 0,6%; la nostra popolazione cala dell’1,5%, la loro cresce del 4,8%.
Le retribuzioni, osserva Coop, non si muovono da due decenni e in Europa solo la Grecia fa peggio. E la domanda resta debole: tra chi ha ridotto gli acquisti, il 28% lo ha fatto per scelta.
Il tempo, valuta invisibile
La questione salariale, però, è solo la superficie di un malessere più profondo. Accanto al 56% di insoddisfatti del proprio stipendio, il 35% ritiene troppo pesanti ritmi e carichi di lavoro e il 32% si sente bloccato nella crescita professionale.
La logica, secondo il Rapporto, è semplice: se investire sul lavoro rende poco, si sarà meno incentivati a farlo. Si punta sulla famiglia e sulla salute del corpo e della mente, mentre la socialità si restringe: sei italiani su dieci hanno tagliato le occasioni di convivialità fuori casa, e due su tre indicano nei problemi economici la ragione di queste rinunce.
Il tempo, intanto, è diventato la vera valuta invisibile. Come evidenzia Linkiesta, il 58% degli italiani lo ritiene irrinunciabile per il proprio benessere, ma il 37% si sente sotto pressione, quota che tra gli occupati sale al 45%, e il 30% è vicino al burnout.
Una spia evidente: in due anni i social hanno perso un milione di utenti, e uno su cinque tra chi li ha lasciati lo ha fatto proprio per recuperare tempo. Un’ora libera, ormai, vale quanto un aumento.
Oltre lo stipendio
Il capitale umano, poi, invecchia: gli over 50, riporta ancora Linkiesta, sono il 42%, contro il 22% di dieci anni fa, mentre i giovani laureati si fermano al 31%, a fronte del 53% in Spagna e del 56% in Francia.
Per le imprese, se lo stipendio non basta più a motivare e trattenere le persone, entrano in gioco altre leve: il tempo, l’organizzazione del lavoro, la crescita professionale e la trasmissione delle competenze tra generazioni.
Ma la risposta non può arrivare solo dalle aziende. «I dati del Rapporto dimostrano che c’è una grande necessità di attuare una politica per la crescita», ha dichiarato Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, chiedendo al Governo un confronto più serrato in vista della prossima Legge di Bilancio.
Giuseppe Crosta
La Rocca e Associati S.p.A.
L’articolo Lavoro e salari: come stanno gli italiani? sembra essere il primo su 7Grammilavoro.

