
Uno degli aspetti più discussi del disegno di legge elettorale riguarda la permanenza delle liste bloccate, già previste dall’attuale sistema elettorale (c.d. Rosatellum), introdotto nel 2017.
Anche nella legge proposta dalla maggioranza di governo i candidati continuerebbero ad essere eletti secondo l’ordine di presentazione stabilito dai partiti, senza la possibilità per l’elettore di esprimere un voto di preferenza.
Questo meccanismo è da tempo oggetto di critiche, dal momento che viene percepito come una compressione della libertà dell’elettore nella scelta dei propri rappresentanti e come un accentramento del potere delle segreterie di partito.
Ma non si tratta solo di percezione, già nel 2014 la Corte costituzionale ha censurato il sistema elettorale di allora (c.d. “Porcellum”) a causa della combinazione tra liste bloccate e premio di maggioranza, la quale avrebbe irragionevolmente inciso sulla rappresentatività nelle camere del parlamento nazionale.
Anche nel 2017 la Corte si è espressa sul c.d. Italicum ribadendo la necessità di garantire un equilibrio tra governabilità e rappresentanza, senza però escludere in assoluto l’utilizzo delle liste bloccate.
La nuova legge elettorale si pone, quindi, in continuità rispetto alle precedenti sul tema preferenze, sebbene alcune forze politiche della maggioranza abbiano già annunciato di voler portare nel dibattito parlamentare che seguirà una serie di emendamenti volti ad introdurre una forma di voto di preferenza.
L’eventuale introduzione delle preferenze rappresenterebbe un cambiamento molto rilevante, ampliando il margine di scelta dell’elettore e rafforzando il legame tra eletti ed elettori, favorendo una maggiore responsabilizzazione dei candidati nei confronti del territorio e del corpo elettorale. Allo stesso tempo, tale strumento presenta anche alcune criticità: può incentivare fenomeni di competizione interna alle liste, aumentare i costi delle campagne elettorali e, in alcuni casi, favorire dinamiche clientelari.
Proprio a questo proposito, uno studio recente del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) ha evidenziato una difformità nel ricorso alle preferenze che ricalca le dinamiche sociali del nostro Paese.
I dati mostrano che il ricorso alle preferenze si concentra soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole, dove il voto mantiene una forte componente relazionale. In queste aree la preferenza non rappresenta solo una selezione del candidato ritenuto più idoneo, ma è lo specchio di un’appartenenza a reti sociali e di un saldo rapporto tra consenso politico e prossimità personale.
Al contrario, al centro e al nord l’elettore sembra essere più incline al voto di lista puro, riflesso dell’identificazione politica del singolo e della fiducia nella dirigenza nazionale del partito di riferimento.
La vera questione è capire quale idea di rappresentanza si intenda promuovere, ammesso che ne esista una oggettivamente preferibile: una rappresentanza filtrata dai partiti oppure una rappresentanza più plasmata dalla scelta degli elettori, ma inevitabilmente più esposta alle asimmetrie sociali e culturali del nostro Paese.
Ed è qui che si gioca la partita vera: ogni legge elettorale, alla fine, non si limita solo a definire i termini della competizione, ma seleziona anche il tipo di democrazia che un Paese vuole darsi.
Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.
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