La legge c’è, il caporalato anche

La notte tra il 1° e il 2 giugno, in una piazzola di sosta sulla Statale 106 nei pressi di Amendolara, quattro uomini sono stati bruciati vivi all’interno di un minivan.

Erano braccianti, di origine pakistana e afghana, impiegati nella raccolta di fragole nelle campagne di Scanzano Jonico. Un quinto è sopravvissuto.

Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Castrovillari, il movente sarebbe una lite: le vittime avrebbero contestato le condizioni abitative, dovendo vivere in dieci in una stanza, e uno di loro avrebbe chiesto condizioni retributive più dignitose.

Per questo, secondo il Gip, sarebbero stati puniti in un modo così brutale ed atroce.

Due 31enni, anch’essi di origine pakistana, sono stati fermati e poi raggiunti da ordinanza cautelare.

Il Gip li descrive come persone capaci di “una ferma e glaciale risoluzione criminosa”, che hanno agito “in maniera perfettamente coordinata” e “senza segni di pentimento o resipiscenza”.

Si tratta di un omicidio, ma anche di qualcosa di più. Una logica dell’impunità, del controllo attraverso la violenza, della punizione esemplare verso chi si ribella ad un sistema marcio.

Questa logica ha un nome: caporalato.

Un sistema vecchio, ma un business moderno

Il termine “caporale” deriva dal passato agricolo dell’Italia, quando intermediari locali, detti appunto caporali, reclutavano la manodopera giornaliera per conto dei grandi proprietari terrieri, decidendo chi potesse lavorare e chi no, trattenendo una quota sulla paga ed esercitando un controllo marcato sui lavoratori.

La violenza, in tutte le sue forme, era parte integrante del sistema.

Quel modello oggi si è evoluto, ma non è affatto scomparso. Oggi non riguarda più solo l’agricoltura, anche se rimane uno dei settori in cui è più visibile, ma si è radicato nella logistica, nel tessile, nel food delivery, nell’edilizia.

A rendere il sistema del caporalato così difficile da scardinare c’è anche un fattore di fondamentale importanza, ovvero la condizione di irregolarità in cui versano migliaia di lavoratori migranti. L’irregolarità produce ricattabilità: chi non ha un permesso di soggiorno non può denunciare, non può rivolgersi all’ispettorato, non può permettersi di perdere il lavoro. Il caporale lo sa. Il datore lo sa. E spesso lo sa anche chi governa, a tutti i livelli, senza che questo si traduca in politiche migratorie capaci di regolarizzare i flussi in modo ordinato.

I Paesi europei si trovano strutturalmente incapaci di governare flussi migratori di questa dimensione con strumenti adeguati, i canali legali di ingresso per lavoro stagionale sono lenti e quantitativamente insufficienti rispetto alla domanda reale di manodopera delle filiere agricole.

Oltre al fatto che la mano d’opera ottenuta legalmente costerebbe alle imprese una cifra esponenziale rispetto a quella sostenuta sfruttando il caporalato.

Il risultato è che il mercato si regola da solo e si regola attraverso il caporale che diventa l’unico soggetto capace di garantire l’incontro tra domanda e offerta, a qualunque prezzo.

Una legge non basta

Il caporalato, però, è un fenomeno complesso che non deriva esclusivamente dallo sfruttamento dei migranti. Nel 2015 la morte di Paola Clemente, bracciante di San Giorgio Jonico, aveva scatenato la reazione del Paese portando il contrasto al caporalato in cima all’agenda politica.

Un anno dopo la sua morte veniva approvata la legge 29 ottobre 2016 n. 199 finalizzata a contrastare forme di sfruttamento e lavoro nero in agricoltura. In particolare, con la riscrittura dell’art. 603 bis del codice penale veniva estesa la responsabilità penale al datore di lavoro, fino ad allora imputata solo al caporale intermediario.

Nonostante siano trascorsi dieci anni dall’entrata in vigore della legge, casi come quello di Amendolara tornano a scuotere il Paese perché, come ha scritto il sociologo Marco Omizzolo, che da anni studia il fenomeno del caporalato agricolo, la legge agisce quando muore lo schiavo, non per evitare che lo diventi.

A complicare ulteriormente il fenomeno oggi vi è anche la diffusione della digitalizzazione per mezzo della quale il caporalato sta assumendo forme inedite e di difficile controllo (link approfondimento caporalato digitale).

La dimensione pubblica dell’esecuzione dei braccianti di Amendolara, uccisi barbaramente in pieno giorno di fronte alle telecamere di una piazzola di sosta, è una sfida aperta lanciata allo Stato nella sicurezza dell’impunità.

Sicurezza che si costruisce nella tolleranza strutturale verso uno sfruttamento funzionale a tenere bassi i prezzi della frutta e alto il margine di guadagno.

Ma finché non si interverrà alla radice, ogni indignazione collettiva rischierà di essere solo fine a sé stessa.

Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.

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