La cara fuga

La maggior parte se ne va per uno stipendio migliore, o comunque adeguato al costo della vita, molti per disillusione, tanti spinti dall’ambizione professionale. Fanno le valigie giovani brillanti, laureati, professionisti, un capitale umano prezioso per sostenere la
competitività, l’innovazione e la crescita economica dell’ltalia. E questa fuga all’estero ha un costo, che in termini di minore crescita è attorno agli 11 miliardi.

«La perdita dei talenti rappresenta una sfida strategica perla competitività del nostro Paese. Nel 2024 oltre 14L000 italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero, di cui circa 45.000 laureati, e negli ultimi dieci anni abbiamo perso oltre 300.000 cittadini quali􀏔icati», calcola Valerio De Molli, ceo diTeha Group. LA SFIDA La meta principale resta l’Europa, ma di recente si guarda più lontano,alle nuove piazze professionali che attraggono competenze altamente specializzate comeSingapore ed Emirati Arabi.

Invertire la tendenza è la s􀏐ida, i numeri messi in 􀏐ila nello studio realizzato da Teha sono quelli di «un fenomeno che incide sulla capacità dell’Italia di trasformare competenze, conoscenza e innovazione in maggiore produttività e crescita economica», afferma Pasquale Frega, presidente e ad di Philip Morris Italia che ha collaborato alla ricerca.

La migrazione dei laureati genera ogni anno per lo Stato italiano un costo stimato di 7,2 miliardi di euro, riconducibile alla spesa pubblica sostenuta per la loro formazione, che sale a 10,7-11,4 miliardi considerando anche il valore aggiunto potenziale non generato. L’esodo verso
mercati più attraenti, evidenzia la ricerca, è la conseguenza di alcune fragilità strutturali del nostro Paese: la stagnazione della produttività, una quota ancora contenuta di laureati rispetto ai principali benchmark internazionali, una carenza di competenze Stem e la difficoltà nel generare opportunità professionali adeguate per i profili più qualificati.

Per tracciare il ritratto e capire le motivazioni della «meglio gioventù» che cambia vita, Thea ha interpellato gli imprenditori: per l’82,1% la fuga dei talenti è legata soprattutto a retribuzioni basse rispetto al potere d’acquisto, alla sfiducia nelle istituzioni (46,4%) e alle scarse opportunità professionali (35,7%). Il 93,9% delle aziende giudica il fenomeno «molto problematico» e per una su due l’impatto sul business è già rilevante.

Senza interventi strutturali, segnala lo studio, lo scenario inerziale al 2035 porterebbe a una perdita cumulata dicirca 760 mila laureati, con un mancato recupero di oltre 120 miliardi di investimento formativoe fino a 307 miliardi di Pil potenziale. Giovanna Iannantuoni, professoressa ordinaria di economia politica e già rettrice università Milano-Bicocca, ha esperienza diretta sul campo: «Negli ultimi 25 anni l’economia italiana ha mostrato una dinamica insoddisfacente della produttività, accompagnata da una debole capacità di innovazione e da una progressiva difficoltà nel valorizzare pienamente le competenze disponibili.

La teoria economica e l’evidenza empirica convergono nell’individuare due motori fondamentali della crescita nel lungo periodo: il capitale umano e l’innovazione tecnologica. In questa prospettiva, il primo costituisce una forma di investimento produttivo e il contrasto alla fuga dei talenti si colloca a lcentro di una più ampia strategia per la crescita italiana». Il Paese, afferma, deve essere ingrado di offrire un adeguato «rendimento del restare, adottando un approccio integrato,capace di intervenire lungo l’intero ciclo di vita del talento e che possa rendere ‘Italia un Paese più competitivo nel confronto globale per il capitale umano».

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