Kiss and go: quanto costa salutarsi negli aeroporti del Regno Unito?

Si chiamano “kiss and go” quegli stalli in cui per pochi minuti – il tempo di un abbraccio o di un bacio frettoloso – la gente si saluta alle porte o, meglio, al terminal di un aeroporto. Sono spazi progettati per l’addio rapido, coreografati come una parentesi emotiva compressa tra telecamere e sussulti.

La tariffa sugli abbracci

Dal 1° gennaio, però, in diversi aeroporti del Regno Unito quella parentesi ha un prezzo: circa 13 sterline per chi accompagna un passeggero e si ferma qualche minuto in più. La notizia ha fatto il giro dei media non tanto per l’importo, quanto per il simbolo: l’idea che anche l’ultimo saluto possa essere tariffato (Il Fatto Quotidiano).

Cos’è un “non-luogo”?

L’aeroporto è, secondo alcuni studi, un “non-luogo”. Marc Augé, filosofo e antropologo, lo descrive come uno spazio di transito che non produce identità, relazioni stabili o memoria: si attraversa, non si abita. Nel suo saggio Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità (Elèuthera, 1996), Augé colloca aeroporti, autostrade, centri commerciali in una geografia dell’anonimato funzionale. Eppure, proprio lì, accade qualcosa che supera la logica del transito: il gesto relazionale di un saluto.

La tassa sugli abbracci non nasce con l’obiettivo di monetizzare i sentimenti, ma per regolare il traffico e l’ingorgo automobilistico. Tuttavia, come spesso accade, le politiche infrastrutturali producono effetti simbolici che vanno oltre l’intenzione. Mettere un prezzo al tempo affettivo – “otto sterline, che diventano 13 se si resta fino a dieci minuti” (Il Fatto Quotidiano) – introduce una soglia: stabilisce che quel gesto, in quel contesto, è una prestazione da acquistare.

Un prezzo al tempo affettivo

Su questo confine riflette anche Michael J. Sandel, filosofo statunitense, in Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato (Feltrinelli, 2013). Il punto, sostiene Sandel, non è l’ammontare, ma lo spazio in cui il mercato entra. Quando il mercato disciplina ambiti prima regolati da norme sociali e morali, non li rende semplicemente più efficienti: ne cambia anche il significato.

L’aeroporto diventa così un laboratorio di riflessione. Tra un volo in partenza e uno in arrivo, non si gestiscono solo flussi: si decide anche quale forma dare alle nostre relazioni quando il tempo stringe.

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