
Cosa significa “Spazio digitale”?
«cultura digitale pubblica: corpo delle conoscenze di natura digitale». Così la Treccani definisce un concetto sempre più centrale nelle nostre vite. Un “corpo” che risulterebbe riduttivo considerare come il prodotto di un semplice accumulo di conoscenze o competenze informatiche. La cultura digitale è ben lontana dall’essere mera teoria o dominio separato e distinto dalla realtà: essa è una dimensione pervasiva, una presenza costante che si intreccia con ogni aspetto della nostra quotidianità. Dalla scuola al lavoro, dai rapporti sociali al tempo libero: il digitale modella e accompagna il nostro modo di percepire, comunicare e interagire con il mondo.
Dunque, parlare di “spazio digitale” significa visualizzare un ambiente reale, seppur intangibile, che va abitato con la stessa consapevolezza e responsabilità con cui ci muoviamo nello spazio fisico. Si tratta, infatti, di uno spazio che non può essere lasciato a sé stesso: esso non va solo costruito, ma anche regolato e protetto. In particolare, quando a frequentarlo sono i minori.
L’app dell’UE per la verifica dell’età
Negli ultimi anni, la necessità di creare un ambiente digitale sicuro per bambini e adolescenti è diventata una questione sempre più urgente. È in questa direzione che si muove la nuova iniziativa della Commissione Europea, che a partire da questo mese ha introdotto un’applicazione per la verifica dell’età degli utenti nei servizi digitali. L’obiettivo è quello di garantire che contenuti e piattaforme siano adeguati all’età di chi ne usufruisce per prevenire l’esposizione a rischi e influenze dannose.
Si tratta di un passo avanti perché segna una crescente attenzione delle istituzioni verso il benessere digitale delle giovani generazioni. Tuttavia, sarebbe un errore cedere all’entusiasmo senza una riflessione critica. Esistono, infatti, ancora molte zone grigie che sfuggono a queste normative. Un esempio emblematico è quello dei baby influencer: bambine e bambini che, anche in tenerissima età, diventano protagonisti di contenuti online gestiti dai genitori, ottenendo milioni di visualizzazioni. Sono casi in cui la linea tra tutela e sfruttamento si fa sottile.
Baby prosumer
Il sociologo Alvin Toffler, già negli anni ’80, coniava il termine prosumer – una fusione tra producer e consumer – per descrivere una nuova figura ibrida, capace di produrre contenuti mentre li consuma. Oggi questa visione si è realizzata pienamente nello spazio digitale, dove l’utente può essere al tempo stesso spettatore, autore e merce.
Basti pensare alla vicenda di Diana Kidisyuk, meglio conosciuta come Diana di “Kids Diana Show”. Con oltre cento milioni di iscritti su YouTube, Diana è una delle baby influencer più famose al mondo. I suoi video, dai colorati vividi e dalle sigle allegre, hanno generato un impero economico che ruota intorno alla sua immagine. Ma a quale prezzo? Il tempo, l’immagine e le emozioni di Diana sono parte di un contenuto vendibile – lo show, appunto – monetizzabile e distribuito su scala globale.
Di fronte alla spettacolarizzazione dell’infanzia, è necessario interrogarsi, più che giudicare. Abitare il digitale significa anche imparare a disegnare confini, a comprendere i limiti e le possibilità di questo spazio. Le parole di Diana rappresentato un sintomo di disagio da cogliere e non ignorare: «quando i bambini mi riconoscono è difficile restare pazienti, ma devo sorridere e dire “ciao” a tutti» (Fonte: Internazionale).
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