
A partire dal 1° luglio l’adesione ai fondi pensione cambia natura, si passa dal silenzio-assenzo all’iscrizione automatica dei neoassunti. Inoltre, dal 31 ottobre si arriverà alla piena portabilità del contributo datoriale. Dietro le norme rimane però una questione aperta, chi decide dove va il risparmio previdenziale del lavoratore? E ancora, qual è il ruolo delle parti sociali?
La chiave di lettura di Alessandro Volpi, su Altreconomia, guarda a Wall Street. La nuova disciplina sui fondi sembrerebbe favorire i grandi gestori globali, come BlackRock, determinando un flusso di risparmio italiano verso i mercati USA.
Dall’inerzia all’iscrizione automatica
La prima novità rappresenta una vera e propria inversione della logica applicata finora.
Prima del 1° luglio, infatti, valeva il silenzio-assenzo, ovvero il lavoratore aveva sei mesi per decidere se destinare il TFR alla previdenza complementare o mantenerlo in azienda. Solo in caso di inerzia si aveva il conferimento tacito del TFR al fondo di categoria.
Dal 1° luglio il legislatore inverte questa impostazione, introducendo per i lavoratori del settore privato alla prima occupazione (con alcune eccezioni) l’iscrizione automatica al fondo di categoria già dal primo giorno di assunzione. Il lavoratore mantiene il diritto di rinunciare, ma entro un termine stringente di 60 giorni.
Con l’adesione automatica, a confluire verso il fondo non è più solo il TFR maturando, ma anche la contribuzione a carico del datore e del lavoratore, nella misura fissata dai contratti collettivi. L’unica eccezione è relativa al caso del lavoratore la cui retribuzione annua lorda sia inferiore all’assegno sociale, per il quale la quota a proprio carico non è dovuta.
Se in azienda ci sono più fondi collettivi, la destinazione è il fondo con il maggior numero di adesioni, salvo diverso accordo aziendale. Se invece il contratto collettivo non prevede alcun fondo, la destinazione sarà il fondo Cometa, come stabilito dal D.M. 85/2020. Tuttavia, in questa specifica casistica, a confluire sarà solo il TFR.
Il ruolo delle parti sociali
Il 29 maggio CGIL, CISL, UIL e le principali associazioni datoriali hanno sottoscritto un avviso comune che ancora il contributo datoriale al fondo di categoria. Le parti sociali tentano quindi di reintrodurre quel vincolo che il legislatore ha appena rimosso.
Volpi ha definito l’avviso come uno “strumento che potrà poco” contro la norma di legge. Tuttavia, la questione non sembra essere del tutto chiusa.
Andrà valutato se l’abrogazione della parte dell’art. 14 interessata sia da leggere come norma inderogabile in melius per il lavoratore o se il tutto sia da intendere come rinvio alla contrattazione collettiva.
Non è escluso quindi che se un datore di lavoro rifiutasse il contributo a chi trasferisce la posizione sulla base del contenuto dell’avviso delle parti sociali ci sarebbe la possibilità di finire in un contenzioso.
Un sistema che deve ancora essere governato
Certo: la riforma del 2026 non si esaurisce nella lettura di una maggiore apertura alla finanza globale, ma neanche una semplice modernizzazione.
Si sposta il baricentro dalla scelta collettiva alla scelta individuale, aprendo da una parte spazi di libertà ma lasciando dall’altra il lavoratore più esposto ai rischi e alla responsabilità informativa che prima era in un certo senso assorbita dalla contrattazione collettiva.
Sarà quindi necessario accompagnare questo passaggio con strumenti adeguati, di tipo informativo e orientativo in primis, ma anche con risposte chiare alla questione aperta dall’avviso comune del 29 maggio.
Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.
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