
Lo scorso 21 marzo si è celebrata la Giornata mondiale della poesia. Ma per non ridurla a un rituale retorico, urge tornare a una domanda essenziale: a cosa serve oggi la poesia? La risposta arriva, paradossalmente, da una cella del carcere di El Harrach, ad Algeri, dove il poeta Mohamed Tadjadit, noto come “il poeta dell’Hirak”, scrive mentre rischia la pena di morte.
Nella gerarchia dei generi della protesta, la poesia appare spesso meno “efficace” del manifesto, del saggio politico o del romanzo militante. La poesia non organizza necessariamente la piazza. Tuttavia, essa offre lessico, memoria, immaginazione.
Tadjadit appartiene a una genealogia diversa ma affine: quella dello slam poetry. Nato a Chicago negli anni Ottanta con Marc Smith, lo slam restituisce il poema alla voce e alla piazza: orale, performativo, popolare, spesso in lingua vernacolare. Non cerca la perfezione del canone, ma l’urgenza dell’ascolto.
È esattamente ciò che Tadjadit ha fatto in Algeria. Nato nel 1994, esplode durante l’Hirak, il movimento che nel 2019 costrinse alle dimissioni Abdelaziz Bouteflika.
Recitando in darija, l’arabo colloquiale algerino, Mohamed Tadjadit parla di disoccupazione, corruzione, repressione che molti giovani sentono come destino politico.
Dal gennaio 2025 è detenuto. Oggi affronta, con altri attivisti, accuse legate alla “sicurezza dello Stato”, che possono condurre alla pena capitale.
In una delle poesie scritte dal carcere, tradotta da Zaki Hannache, si legge:
“Benvenuti nella nuova Algeria.
Abbiamo preso pienamente in considerazione le vostre segnalazioni.
Vi aggiorneremo sugli sviluppi in una poesia.
Abbiamo grandi progetti per voi.
La rinascita della nazione non è lontana,
Abbiamo preso la nostra decisione:
Ricostruiremo la rotatoria di Blida per voi
E vivrete l’innovazione insieme a noi.
Noi vogliamo solo ciò che è utile per voi
Quello che non avete ascoltato nei notiziari
Quello che non avete letto sui giornali
Presto il mare si seccherà e lo riempiremo di Saida [una nota acqua minerale].
Vi stupiremo con le nostre idee […]”
In Qu’est-ce que la littérature? (Gallimard, 1948) Jean-Paul Sartre assegnava alla letteratura un compito d’intervento: non limitarsi a descrivere il mondo, ma prenderne parte.
Forse è questa, in fondo, la definizione più precisa di poesia politica: continuare a disegnare, anche quando il potere ti sequestra la carta.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.
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