
Lavorare sotto al sole
Un lavoratore agricolo, un rider e un operaio che si sciolgono sotto al sole fino a spezzarsi in due. È questa l’ultima protesta visiva di Greenpeace davanti al Colosseo.
L’obiettivo è quello di aprire un dibattito pubblico sulla disuguaglianza sociale attraverso la lente del caldo estremo che sta colpendo il nostro Paese.
Non è solo questione di crisi climatica quindi. La protesa è una dimostrazione di come i fenomeni, comunque li categorizziamo e qualunque sia la loro natura, siano profondamente interconnessi tra loro.
Gli eventi che accadono, compresi quelli naturali, non fanno altro che acuire disuguaglianze già radicate nel tessuto sociale.
Dentro e fuori gli uffici
Nei periodi estivi l’ufficio diventa quasi un porto sicuro, specie per chi non ha l’aria condizionata a casa. Non serve nemmeno uscire per la pausa pranzo perché puoi ordinare su una delle tante piattaforme che consegnano a domicilio.
Fuori dagli uffici c’è un’altra realtà: lavoratori e lavoratrici che al caldo non possono sfuggire. Possono solo provare a proteggersi, anche se gli strumenti disponibili spesso si intrecciano con situazioni di precarietà lavorativa che non sempre li rendono facilmente applicabili.
E così, nonostante le linee guida dell’INAIL o le ordinanze delle regioni che invitano a non lavorare nelle ore più calde, i lavoratori precari, come i rider, faticano a veder applicate le tutele e preferiscono scioperare.
Rendere visibile la disuguaglianza
Un fotografo che vive e lavora a Bologna, a partire dal 22 giugno, ha cominciato a fotografare, per mezzo di una fotocamera termica, alcuni luoghi della città.
L’obiettivo del suo lavoro è quello di dimostrare visivamente quanto realmente fa caldo in certi posti: da una casa senza aria condizionata a un cantiere sotto al sole.
Le fotografie dimostrano come il caldo colpisca la popolazione e i lavoratori in maniera differente amplificando le differenze sociali.
La misura della disuguaglianza viene restituita in gradi di differenza: quelli che separano una casa senza aria condizionata da una ad alta efficienza energetica o un cantiere da un ufficio.
Servono strumenti diversi
Greenpeace Italia, in collaborazione con la CGIL nazionale, ha condotto un’analisi del fenomeno caldo combinando le previsioni di rischio Worklimate con i dati ISTAT sull’occupazione.
La ricerca, oltre ad evidenziare i rischi per la salute, dimostra come il caldo estremo non sia più un fenomeno eccezionale ma abbia assunto connotati strutturali.
La strutturalità richiede misure stabili che tengano conto delle differenze di ciascuna attività lavorativa.
L’obiettivo nel medio termine non dovrebbe essere quello di proteggere i lavoratori bensì quello di ripensare alle modalità di lavorare all’aria aperta.
Francesca Pietrangeli
La Rocca e Associati S.p.A.
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