
Nel 2025, secondo un’analisi di Ark Invest ripresa da Rivista Studio, i testi prodotti dall’intelligenza artificiale hanno superato, per la prima volta, quelli generati dall’ingegno umano. È un dato che, al di là della sua spettacolarità statistica, segna l’inizio di un cambiamento radicale nel mercato del lavoro creativo: non più una semplice coesistenza tra autori e macchine, ma un riequilibrio strutturale delle forze in campo.
Il mondo editoriale, tradizionalmente ancorato a filiere lente e a una certa ritualità autoriale, si trova oggi a navigare acque meno prevedibili. Il caso del romanzo Shy Girl è emblematico: la casa editrice Hachette ha deciso di ritirarlo dal mercato statunitense dopo che online si erano moltiplicati i sospetti su un possibile uso dell’IA nella sua stesura (Il Fatto Quotidiano). Non una prova definitiva, ma abbastanza per incrinare la fiducia dei lettori e aprire una crepa nel patto implicito tra autore e pubblico.
In questo scenario, il problema non è soltanto tecnologico ma epistemologico: cosa significa, oggi, scrivere? E soprattutto, chi scrive davvero?
Il laboratorio flaubertiano
Una risposta, o almeno un tentativo di esplorazione, arriva dall’esperimento del giornalista francese François Benoit, che ha addestrato un modello linguistico per completare il capitolo mancante di Bouvard e Pécuchet, l’ultimo romanzo incompiuto di Gustave Flaubert.
Il romanzo racconta di due copisti parigini che, ritiratisi in campagna, decidono di classificare l’intero sapere umano: agricoltura, scienza, filosofia, religione. Un’enciclopedia vivente che si trasforma presto in una parodia dell’ambizione illuminista. Ogni tentativo di comprendere il mondo si risolve in un fallimento, tra errori, fraintendimenti e una progressiva perdita di senso.
Per addestrare l’IA, Benoit ha fornito una struttura narrativa, uno schema stilistico, e ha raffinato i prompt fino a ottenere un risultato che, secondo il responsabile della collana Folio Classique – riesce a “scimmiottare” con sorprendente efficacia la prosa flaubertiana.
Il capitolo generato culmina in una conferenza pubblica in cui i due protagonisti espongono le loro idee su politica, religione e società: un discorso confuso, eccessivo, che suscita scandalo e incredulità. Il progetto di comprendere il mondo si infrange definitivamente nel ridicolo. E così, coerentemente con l’ironia tragica di Flaubert, Bouvard e Pécuchet tornano a fare ciò che sanno fare meglio: copiare.
Qui l’esperimento si fa riflessione. Il gesto del copiare, nel romanzo, è un accumulo sterile: trascrivere senza comprendere, ordinare senza interiorizzare. È difficile non vedere un’analogia con i modelli linguistici contemporanei, capaci di rielaborare enormi quantità di dati senza una reale coscienza del loro significato, esposti al rischio delle cosiddette “allucinazioni”.
In questo senso, il progetto di Benoit diventa un metaromanzo: un’opera che riflette su se stessa, sul proprio processo di creazione e sul senso della scrittura. Non solo perché completa un testo incompiuto, ma perché lo fa utilizzando uno strumento che incarna, in forma tecnica, il tema stesso del romanzo: la copia come simulacro della conoscenza.
Navigare il presente
Il quesito, allora, è cruciale. In un’epoca di IA generativa – o, talvolta, “degenerativa” quando il senso si dissolve nella ripetizione – quale spazio resta per il fattore umano? Forse proprio quello che sfugge all’accumulo: l’errore consapevole, l’intuizione, la scelta di sottrarre anziché sommare.
Se l’algoritmo copia, l’autore interpreta. E in questa differenza, sottile ma decisiva, si gioca il futuro dell’editoria e non solo.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.
L’articolo Editoria: l’anno in cui scrisse la macchina sembra essere il primo su 7Grammilavoro.

