
Con il “Decreto Primo Maggio” 2026 (D.L. 30 aprile 2026, n. 62), il Governo Meloni ha introdotto un ampio pacchetto di misure in materia di lavoro, articolato attorno a quattro direttrici principali: incentivi all’occupazione, trasparenza retributiva, regolamentazione del lavoro tramite piattaforme digitali e contrasto al cosiddetto “caporalato digitale”.
Proprio su quest’ultimo fronte intervengono gli articoli 12-15 del decreto, stabilendo che, ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro svolto tramite piattaforma digitale, assumono rilievo le concrete modalità di esecuzione della prestazione, indipendentemente dalla qualificazione formale attribuita dalle parti. Ne consegue che, qualora emergano elementi riconducibili alla direzione e al controllo del lavoratore – anche attraverso sistemi automatizzati – il rapporto si presume subordinato, salvo prova contraria.
Il decreto introduce inoltre nuovi obblighi di trasparenza a carico delle piattaforme digitali, che saranno tenute a conservare per almeno cinque anni i principali dati relativi all’attività dei lavoratori, tra cui accessi alla piattaforma, assegnazione degli incarichi e tempi di esecuzione delle prestazioni.
Particolare attenzione è poi dedicata ai rider, per i quali l’accesso alle piattaforme dovrà avvenire mediante sistemi di identificazione sicuri, come SPID, CIE o CNS, mentre sarà espressamente vietata la cessione degli account o l’utilizzo di profili multipli, con previsione di specifiche sanzioni in caso di violazione.
Nel complesso, il decreto mira a rendere il lavoro tramite piattaforme digitali più tracciabile con l’obiettivo di ridurre le aree grigie e contrastare fenomeni di dumping contrattuale.
Il nodo della precarietà digitale
Al di là della narrazione governativa, il Decreto Primo Maggio presenta diverse criticità e lascia irrisolti alcuni limiti strutturali. Il nodo centrale è che molte delle misure introdotte sembrano intervenire più sugli effetti della precarietà digitale che sulle sue cause profonde. Il decreto, infatti, non modifica realmente i rapporti di forza che rendono il lavoro dei rider così fragile e non affronta il punto decisivo: il riconoscimento del lavoro subordinato per chi, di fatto, è controllato dagli algoritmi delle piattaforme.
La Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali, che l’Italia dovrà recepire entro dicembre 2026, si muove proprio in questa direzione, chiedendo agli Stati membri di definire criteri chiari per stabilire quando un lavoratore formalmente autonomo debba invece essere considerato dipendente.
Se l’obiettivo del governo era avviare, almeno parzialmente, un primo recepimento dell’impianto della normativa europea, mancherebbe però ancora una definizione giuridica univoca di “lavoro mediante piattaforma digitale”, trattandosi di un ambito ancora poco regolato, nel quale possono annidarsi nuove forme di sfruttamento algoritmiche.
Come osserva Laura Carrer in un articolo pubblicato su Wired, il governo interviene soprattutto con misure rivolte al contrasto del caporalato digitale. Tuttavia, la riforma non offre strumenti realmente efficaci a chi vuole vedersi riconosciuti diritti, contributi o tutele: i lavoratori continueranno con ogni probabilità a dover affrontare cause individuali lunghe, costose e difficili da sostenere.
Anche il tema della trasparenza algoritmica viene presentato come una svolta importante, ma il rischio è che resti una misura incompleta. Sapere che un algoritmo assegna le consegne o penalizza un rider è certamente rilevante, ma non sufficiente se il lavoratore continua a non avere un reale potere contrattuale. Allo stesso modo, la possibilità di chiedere un “riesame umano” delle decisioni automatizzate appare come una garanzia procedurale, ma è davvero in grado di riequilibrare il rapporto tra piattaforma e lavoratore?
Identificazione tramite SPID: può considerarsi una misura inclusiva?
La misura più discussa resta quella dell’identificazione digitale obbligatoria tramite SPID o strumenti equivalenti. L’obiettivo dichiarato è contrastare il mercato illegale degli account, fenomeno reale e spesso legato a sfruttamento e intermediazione illecita. Tuttavia, il rischio è che il decreto finisca per colpire soprattutto la componente più vulnerabile della forza lavoro: i rider migranti.
Molti lavoratori stranieri incontrano infatti difficoltà burocratiche nell’ottenere strumenti di identificazione digitale stabili, e questo potrebbe trasformarsi in una nuova barriera di accesso al lavoro.
Tutele ancora insufficienti: quali saranno i prossimi passi?
Infine, non viene introdotto un intervento incisivo sulle tariffe minime obbligatorie, non esiste un sistema realmente efficace per garantire la sicurezza dei rider e non è garantita una retribuzione oraria minima o una revisione strutturale del cottimo digitale. Eppure, in molte città italiane i rider continuano a lavorare per compensi molto bassi, spesso legati agli incentivi delle piattaforme e al numero di consegne effettuate.
Il problema emerge in modo evidente anche sul piano della cronaca. Le aggressioni e i furti ai danni dei rider continuano a rappresentare un fenomeno diffuso nelle grandi città, segnalando condizioni lavorative spesso caratterizzate da forte vulnerabilità sociale, come si legge sulla Stampa, Rider di Glovo aggredito nel cuore di Torino: colpito a calci e pugni e rapinato del cibo”.
Il rischio, quindi, è che l’Italia arrivi ancora una volta al recepimento della direttiva europea con una normativa incompleta, nel tentativo di gestire un’emergenza sociale ma senza modificare gli equilibri economici che producono precarietà e disuguaglianza. Nel frattempo, migliaia di rider continueranno a lavorare all’interno di un sistema che promette autonomia, ma che assomiglia molto ad una forma di subordinazione priva di diritti.
Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.
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