Decreto ministeriale 29/2026: una scuola a due velocità

Barbiana, 1967. Don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi scrivono Lettera a una professoressa, un progetto editoriale collettivo che ha descritto e incolpato la scuola “esclusiva”, abbandonando i cosiddetti “somari”. Oggi, a quasi sessant’anni da quella provocazione, la scuola italiana si interroga su come coniugare inclusione e preparazione al mondo del lavoro.

L’ultima sfida arriva dalla riforma degli istituti tecnici, sancita dal Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026. Un provvedimento che ridefinisce indirizzi, quadri orari e risultati di apprendimento, con l’obiettivo dichiarato di aggiornare i percorsi formativi. Ma è davvero la strada giusta?

La riforma: cosa cambia?

Il decreto introduce nuovi indirizzi, articolazioni e quadri orari, con una riduzione dell’area di istruzione generale a favore di un rafforzamento delle discipline tecnico-professionali.

L’obiettivo è chiaro: avvicinare la scuola al mondo del lavoro, anticipando le materie di indirizzo già nel primo biennio e aumentando la flessibilità curricolare. Le scuole avranno maggiore autonomia nella progettazione dei percorsi, con una quota di flessibilità che arriva fino a 200 ore annue nel quinto anno.

Tra le novità più discusse:

  • Riduzione delle ore di italiano e discipline generali (ad esempio, italiano passa da 4 a 3 ore settimanali al quinto anno).
  • Aumento delle attività laboratoriali e delle compresenze tecnico-pratiche, anche se con una organizzazione più flessibile e meno vincolata alla tradizionale presenza congiunta di docente teorico e tecnico-pratico.
  • Introduzione di “Patti educativi 4.0”, accordi tra scuole, imprese, ITS Academy e università per attività formative innovative.
  • Maggiore autonomia delle scuole nella gestione dei curricoli, con il rischio però di disomogeneità territoriali e organizzative.

Il Ministero sottolinea che la riforma non stravolge l’impianto esistente, ma lo aggiorna in chiave moderna, rispondendo alle esigenze del PNRR e del mercato del lavoro. Tuttavia, le critiche non mancano.

La scuola come percorso di emancipazione

Tra i primi a sollevare dubbi sulla riforma c’è Lorenza Alessandri, docente e autrice della newsletter Come è andata a scuola oggi, ha evidenziato come la riduzione delle ore di discipline generali (italiano, storia, geografia) rischi di impoverire la formazione culturale degli studenti, trasformando gli istituti tecnici in “scuole di mestiere” anziché in luoghi di crescita. La svalutazione delle discipline umanistiche comporta il rischio di creare una scuola a due velocità: una per chi può permettersi una formazione completa, l’altra per chi è destinato a ruoli esecutivi.

Per comprendere appieno le implicazioni di questa riforma, vale la pena tornare al pensiero di Antonio Gramsci, che già negli anni ’30 rifletteva sul ruolo della scuola nella società. Gramsci criticava la scuola gentiliana, accusata di perpetuare le disuguaglianze sociali attraverso una divisione tra istruzione classica (per le élite) e professionale (per le classi popolari). Al contrario, auspicava una scuola unitaria, che unisse formazione generale e tecnica, cultura e lavoro, per creare cittadini autonomi e consapevoli.

Sosteneva, infatti, unascuola come luogo non di addestramento, ma di emancipazione: «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri» (Quaderni del carcere, 1929-1935).

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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