
In vigore i nuovi dazi globali voluti da Donald Trump, le imposte al 15%.
Sono entrati in vigore alle 6 di mattina (la mezzanotte di Washington) di martedì 24 febbraio i nuovi dazi globali del 15% voluti dal presidente statunitense Donald Trump.
Contemporaneamente l’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere (U.S. Customs and Border Protection) ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) dichiarati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Lo stop alla riscossione dei dazi dichiarati illegali dalla Corte suprema americana.
L’agenzia statunitense per la protezione delle dogane e delle frontiere (U.S. Customs and Border Protection) aveva reso noto nei giorni scorsi che era pronto lo stop alle ore 00:01 locali di martedì (le 6.01 italiane) alla riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) dichiarati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Lo riporta Reuters online.
L’agenzia Usa lo aveva affermato in un messaggio agli spedizionieri sul suo Cargo Systems Messaging Service (Csms): a partire da martedì 24 avrebbe disattivato tutti i codici tariffari associati ai precedenti ordini del presidente Donald Trump relativi all’Ieepa.
La sospensione coincide con l’imposizione da parte del presidente Usa di nuovi dazi globali del 15%, in base a una diversa autorita’ legale, in sostituzione di quelli annullati dalla Corte Suprema.
L’agenzia dogane Usa non ha fornito informazioni sui possibili rimborsi per gli importatori, e ha sottolineato che la sospensione non incide su altre tariffe commerciali imposte da Trump, comprese quelle previsti dalla Sezione 232 dello Statuto sulla Sicurezza nazionale e dalla Sezione 301 dello Statuto sulle Pratiche Commerciali sleali.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti stabilito, con una decisione di 6 voti a 3, che l’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) da parte dell’amministrazione Trump per imporre dazi fosse illegittimo.
“I mercati azionari statunitensi hanno reagito positivamente alla sentenza: nell’immediato, l’S&P 500 è salito dello 0,7% e il Nasdaq, a forte componente tecnologica, ha guadagnato lo 0,9%”, commenta Mark Haefele, Chief Investment Officer di Ubs Global Wealth Management.
Dalla sentenza derivano diverse implicazioni, spiega l’esperto, “a partire dal fatto che l’impatto macroeconomico dipenderà probabilmente dalla risposta dell’amministrazione. Si prevede che l’aliquota tariffaria effettiva complessiva degli Stati Uniti scenderà al 10-15% quest’anno e che la decisione sull’Ieepa avrà potenziali ripercussioni sugli accordi stretti con altri partner commerciali”. Inoltre, la decisione della Corte non modifica la visione positiva sui mercati finanziari. “Si aggiunge che la decisione è marginalmente favorevole ai titoli azionari, nella misura in cui un tasso tariffario inferiore migliora il potere d’acquisto delle famiglie, limita le preoccupazioni sull’inflazione e sostiene ulteriori tagli dei tassi da parte della Federal Reserve”, conclude Haefele.
La reazione di Bruxelles.
Trenta ore per formulare quella posizione chiara chiesta da più cancellerie.
Trenta ore per capire che il tempo delle mani tese, dei viaggi lampo in Scozia alla corte di Donald Trump, questa volta è finito.
L’Europa ha risposto agli Stati Uniti dopo l’ennesimo strappo della Casa Bianca e lo ha fatto, innanzitutto, chiedendo chiarezza. In una lunga dichiarazione ufficiale, espressione della Commissione nella sua interezza, Bruxelles tuttavia è andata oltre. E ha di fatto accusato il presidente americano di non rispettare gli accordi.
Non siamo alla rottura tra Stati Uniti e Ue sul fronte commerciale. Una simile prospettiva è lontana da ogni realtà. Ma rispetto all’estate scorsa qualcosa, nella postura della Commissione, è destinato a cambiare. I dazi al 15% imposti unilateralmente da Donald Trump dopo che la Corte Suprema ha bocciato le premesse giuridiche della sua politica tariffaria, non solo danneggiano l’Europa, ma – nelle prime valutazioni – determinano una violazione dell’intesa siglata in Scozia.
“La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici ‘equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi’, come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni”, si leggeva nella dichiarazione di Bruxelles. Un grafico diffuso dal Financial Times, nelle stesse ore, illustrava come l’Ue sia tra i destinatari più svantaggiati dal nuovo schema tariffario, che invece paradossalmente sembrerebbe favorire Paesi non certo vicini a Trump, come Cina e Brasile.
Alla quota del 15%, infatti, si dovrebbe aggiungere la clausola della nazione più favorita che regolava i rapporti tra Usa e Ue in passato, e che si staglia attorno al 4,8%. Tale clausola, negli accordi di Trump Turnberry, era inclusa nel tetto del 15%. “I prodotti dell’Ue devono continuare a beneficiare del trattamento più competitivo, senza aumenti delle tariffe oltre il limite massimo chiaro e onnicomprensivo concordato in precedenza”, ha spiegato Palazzo Berlaymont. Da Washington hanno provato a calmare un po’ le acque. Parlando alla Cbs il rappresentante commerciale americano Jamieson Greer ha spiegato che “gli accordi restano in vigore. Contiamo sul fatto che i nostri partner li rispettino”.
Sabato il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic ha avuto un primo colloquio con Greer e con il segretario al Commercio Howard Lutnick. “La priorità dell’Ue è preservare un contesto commerciale transatlantico stabile e prevedibile”, ha ribadito l’esecutivo Ue. Ma il caos, sull’Atlantico, regna sovrano. Ed anche per questo l’Eurocamera si appresta a congelare nuovamente l’iter di approvazione dei regolamenti attuativi dell’intesa di luglio. “Proporrò al team negoziale del Pe di sospendere i lavori legislativi fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti”, ha annunciato il presidente della commissione Commercio del Pe, e relatore del dossier, Bernd Lange. “Nessuno riesce più a capirci qualcosa” ma “le condizioni dell’accordo di Turnberry sono cambiate”, ha incalzato l’eurodeputato socialista. Resta da vedere quale sia la posizione di Ppe e Conservatori, i due gruppi che finora hanno sempre cercato di abbassare la tensione con gli Usa. Ma la posizione di Berlino, in queste ore, risulta anch’essa piuttosto netta. Il leader dei Popolari, Mandred Weber, in qualche modo dovrà adeguarsi.
Il dossier dazi è anche tema nella riunione dei ministri degli Esteri Antonio Tajani. Il titolare della Farnesina sia al G7 Commercio che alla riunione della task force sui dazi sta mantenendo una postura ampiamente diplomatica e volta al dialogo. Siamo in trattativa, troveremo una soluzione.
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