
Il lavoro cambia prima ancora di scomparire
Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale è stato dominato dall’idea che le macchine potessero progressivamente sostituire una parte consistente dei posti di lavoro. Una prospettiva comprensibile, ma ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. L’IA non sta soltanto eliminando alcune attività, ma sta modificando il contenuto delle professioni, il modo in cui le imprese organizzano il lavoro e le competenze richieste alle persone.
Come evidenzia Linkiesta, l’evoluzione tecnologica rende sempre più necessario investire nella riqualificazione dei lavoratori, ma il problema non può essere risolto semplicemente aumentando il numero dei corsi di formazione. Le competenze richieste dal mercato cambiano infatti con una rapidità che rende necessario interrogarsi non solo su come formare le persone, ma anche su quali competenze sia davvero utile sviluppare.
L’obiettivo non dovrebbe essere quello di trasformare tutti in specialisti tecnologici, quanto piuttosto quello di mettere i lavoratori nelle condizioni di utilizzare l’intelligenza artificiale come uno strumento attraverso cui valorizzare le proprie competenze professionali.
La tecnologia può accelerare l’esecuzione, ma non elimina la necessità di comprendere il lavoro. Infatti, per valutare se un risultato prodotto dall’IA sia corretto, completo o applicabile ad una determinata situazione, è necessario conoscere la materia sulla quale si sta lavorando.
Il paradosso dei giovani: meno mansioni semplici, più competenze
Tale evoluzione diventa ancora più evidente quando si osservano le posizioni entry-level, cioè quei lavori che tradizionalmente hanno rappresentato il primo ingresso nelle professioni. Il Financial Times rileva come, dopo una fase di rallentamento delle assunzioni dei giovani, alcune imprese stiano tornando ad investire sui neolaureati anche perché questi possono portare con sé una maggiore familiarità con gli strumenti di IA.
Il problema, però, non è soltanto quanti giovani verranno assunti, ma soprattutto che cosa verrà chiesto loro di fare. Le posizioni iniziali stanno infatti diventando più esigenti: un’analisi PwC citata dal Financial Times, basata su oltre un miliardo di annunci di lavoro in sei continenti, rileva dal 2019 un aumento del 35% delle caratteristiche tradizionalmente associate a profili più esperti. È quella che viene definita “seniorisation” dei lavori entry-level.
Si crea, così, un paradosso: alle persone con poca esperienza vengono richieste competenze che un tempo si acquisivano proprio attraverso l’esperienza. Se l’IA assorbe una parte delle attività più semplici e ripetitive, che per decenni hanno costituito la palestra professionale dei lavoratori più giovani, questi rischiano di trovarsi davanti a un mercato che pretende maggiore autonomia e capacità di giudizio senza offrire necessariamente lo stesso percorso graduale attraverso cui costruire tali competenze.
L’esperienza si costruisce lavorando
Per molto tempo la crescita professionale è avvenuta attraverso un percorso graduale: si iniziava dalle attività più semplici, si imparava osservando i colleghi più esperti, si facevano errori e, con il tempo, si assumevano responsabilità maggiori. Una parte importante della formazione, quindi, avveniva direttamente sul lavoro.
Il Financial Times riporta il caso di una società di ingegneria in cui solo il 10% della crescita professionale dei nuovi dipendenti deriva dalla formazione formale, mentre circa il 70% viene acquisito direttamente attraverso il lavoro e il confronto con gli altri.
L’introduzione inconsapevole dell’IA in azienda potrebbe intaccare questo meccanismo. Indatti, se le attività più semplici vengono affidate alle macchine, occorre trovare nuovi modi per permettere ai giovani di fare esperienza e sviluppare autonomia. La tecnologia, quindi, non dovrebbe sostituire il percorso di apprendimento, ma diventare uno strumento per accompagnarlo e renderlo più efficace.
Le competenze umane acquistano valore
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della trasformazione. Mentre l’IA diventa sempre più capace di svolgere attività tecniche e ripetitive, acquistano maggiore valore quelle competenze che permettono di interpretare, controllare e contestualizzare ciò che la macchina produce.
Si parla, quindi, di sviluppo, di “power skills”, ossia di competenze come la creatività, l’empatia, la capacità di giudizio e di abilità relazionali. Non si tratta di competenze alternative a quelle tecniche, ma di capacità complementari alla tecnologia.
In questa prospettiva non si tratta di scegliere tra competenze digitali e competenze umane, ma costruire professionalità capaci di essere uniformate. La conoscenza tecnica permette di utilizzare la tecnologia, mentre il giudizio professionale consente invece di capire quando utilizzarla, come interpretarne il risultato e quando è necessario metterlo in discussione.
Anche la selezione del personale cambia
L’introduzione dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro non riguarda soltanto ciò che avviene dopo l’assunzione, ma anche i processi di selezione del personale, dall’analisi dei curriculum all’individuazione delle competenze e alla selezione dei candidati.
È un ambito nel quale il tema della responsabilità diventa particolarmente delicato. Come evidenzia l’Avvenire, l’utilizzo dell’IA nel mondo del lavoro richiede particolare attenzione alla trasparenza, alla qualità dei dati, alla tracciabilità dei sistemi e alla supervisione umana. L’algoritmo può contribuire a gestire una quantità di informazioni difficilmente analizzabile manualmente, ma non può trasformarsi in una scatola nera alla quale affidare automaticamente decisioni che incidono sulla vita professionale delle persone.
Un sistema automatizzato, inoltre, non è necessariamente neutrale. Se i dati sui quali viene costruito riflettono pregiudizi o discriminazioni presenti nel passato, l’algoritmo può riprodurli. Per questo l’efficienza tecnologica deve rimanere accompagnata dalla capacità umana di interpretare i risultati, verificarli e, quando necessario, correggerli.
La vera sfida è ripensare il percorso professionale
Il futuro del lavoro, quindi, non sembra essere rappresentato da una semplice alternativa tra uomo e “macchina”. È più probabile che venga costruito sulla combinazione tra competenze umane e capacità tecnologiche. Le imprese dovranno ripensare l’organizzazione del lavoro, la formazione dovrà diventare permanente e i lavoratori dovranno sviluppare una capacità di adattamento che non potrà più essere considerata una competenza accessoria.
La questione più delicata riguarda però le nuove leve. Se l’IA eliminerà una parte delle attività attraverso cui tradizionalmente si iniziava una carriera, sarà necessario trovare nuove modalità per consentire ai lavoratori alle prime armi di imparare, essere affiancati, commettere errori e assumere progressivamente responsabilità. Altrimenti si rischia di creare un mercato nel quale alle persone viene chiesta esperienza senza offrire loro le occasioni attraverso cui costruirla.
Sicuramente l’IA può fare più cose e più velocemente, può analizzare informazioni, produrre contenuti, suggerire soluzioni e supportare decisioni, ma non elimina la necessità di sapere che cosa si sta facendo, di comprendere se il risultato ottenuto è corretto e di assumersi la responsabilità delle conseguenze.
Per questo la domanda non dovrebbe più essere soltanto se e quanti posizioni verranno sostituite dall’IA, ma quale lavoro lascerà alle persone e come saremo capaci di preparare a svolgerlo.
La sfida non sarà quindi formare lavoratori capaci di competere con le macchine, ma professionisti capaci di utilizzarle senza delegare loro il proprio giudizio, perché se l’intelligenza artificiale riuscirà a sostituire una parte crescente del processo, il valore del lavoro umano si concentrerà sempre di più nella capacità di comprendere, scegliere e assumersi la responsabilità di ciò che viene fatto.
Fonti:
- L’Avvenire, L’intelligenza artificiale non può decidere da sola chi assumere, a cura di Maurizio Carucci;
- Linkiesta, Riqualificare i lavoratori non basta a prepararsi all’intelligenza artificiale, a cura di Alessandro Cappelli;
- Financial Times, AI isn’t destroying entry-level jobs. It’s changing them, a cura di Andrew Hill.
Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.
L’articolo Carriera: l’AI brucia le tappe? sembra essere il primo su 7Grammilavoro.

