Benessere emotivo: quando il lavoro incontra le emozioni

C’è una forma di malessere che non fa rumore, non provoca assenze improvvise e spesso non lascia tracce evidenti. Eppure, può palesarsi in qualsiasi contesto, persino sul lavoro. È la cosiddetta infelicità silenziosa.

Non si manifesta necessariamente con grandi crisi o gesti eclatanti ma volte prende la forma di una stanchezza costante, di una motivazione che si affievolisce e della sensazione di sentirsi soli anche in mezzo agli altri.

Oggi è sempre più chiaro che il benessere delle persone non dipende soltanto dalla retribuzione percepita o dal raggiungimento degli obiettivi professionali ma dalla qualità delle relazioni e dal senso di appartenenza a un progetto condiviso.

L’equilibrio emotivo gioca un ruolo importante nella soddisfazione lavorativa e nella produttività delle persone e in un mondo professionale sempre più veloce e competitivo, alcune realtà aziendali stanno sperimentando approcci innovativi per affrontare il problema e, in alcuni casi, le soluzioni adottate risultano particolarmente sorprendenti.

L’approccio svedese contro la solitudine sul lavoro

Come racconta la giornalista Maddy Savage in un reportage per la BBC, in Svezia un’azienda ha deciso di far fronte ad una delle cause più diffuse del disagio contemporaneo: la solitudine.

Per farlo ha lanciato il progetto “FriendCare”, un’iniziativa che riconosce il valore delle relazioni sociali. Il programma prevede 15 minuti a settimana di permesso retribuito — pari a circa un’ora al mese — da dedicare esclusivamente alla costruzione e al mantenimento delle amicizie e dei rapporti sociali, unitamente ad un bonus economico annuale destinato a coprire parte delle spese sostenute per attività sociali e momenti di incontro.

Come sottolinea anche un approfondimento di Rivista Studio, non è casuale che un progetto di questo tipo sia nato proprio in Svezia. Nel Paese nordico una quota significativa della popolazione vive da sola, soprattutto nei grandi centri urbani, mentre la cultura locale tende a scoraggiare la condivisione pubblica delle difficoltà personali.

Per i promotori del progetto, l’obiettivo quindi è riportare alla normalità il tempo da dedicare alle persone. Le relazioni umane, infatti, sono un fattore determinante per il benessere psicologico e generalmente, se una persona vive una vita sociale ricca e soddisfacente, tende a essere più serena, più energica e anche più coinvolta nel proprio lavoro. In questo caso l’azienda non investe soltanto sul dipendente, ma sulla sua vita al di fuori dell’ufficio, riconoscendo che le due dimensioni sono profondamente connesse.

“Unhappy leave”, il congedo per l’infelicità in Cina

Ancora più sorprendente è ciò che accade in Cina, dove alcune aziende hanno iniziato a introdurre il cosiddetto “Unhappy Leave”, letteralmente il congedo per infelicità.

Il principio è tanto semplice quanto innovativo: se un lavoratore attraversa un periodo emotivamente difficile, può richiedere alcuni giorni di pausa senza dover giustificare il proprio stato di salute mentale con certificati medici o ricorrendo ai permessi ordinari.

Come si legge sul “South Cina Morning Post”, l’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la salute mentale non coincide sempre con quella fisica. Ci sono momenti in cui una persona può sentirsi sopraffatta o semplicemente demotivata e concedere uno spazio per recuperare le proprie energie emotive viene considerato un investimento sulla produttività futura piuttosto che un costo presente.

Dall’idea del magnate Yu Donglai, presidente di una catena di supermercati in Cina, ogni dipendente dovrebbe poter decidere di concedersi una boccata d’aria quando non si sente felice.

Cos’hanno in comune le due iniziative?

Sia l’esperimento svedese sia quello cinese raccontano la medesima trasformazione culturale, pur trattandosi di due realtà molto diverse tra loro per cultura, valori ed economia.  

Il lavoro, per anni valutato quasi solo tramite numeri e performance, sta finalmente cambiando direzione. Oggi cresce la consapevolezza che nessun obiettivo possa essere davvero raggiunto senza mettere al centro le persone che devono realizzarlo. Basti pensare a come negli ultimi anni siano nate figure professionali dedicate esclusivamente alla felicità e al benessere delle persone, anche sul lavoro, come i “Life Coach”. 

Il messaggio più importante è proprio questo: la felicità non è più una questione privata da lasciare fuori dall’ufficio, ma la sfida per il futuro è costruire luoghi di lavoro più umani e in grado di creare le condizioni affinché le persone possano dare il meglio di sé senza rinunciare al proprio benessere psico-fisico. 

Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.

L’articolo Benessere emotivo: quando il lavoro incontra le emozioni sembra essere il primo su 7Grammilavoro.

logo inaz