
Due espressioni sempre più diffuse sintetizzano questo cambiamento: career shrekking e conscious unbossing. Lo racconta il pezzo di colore pubblicato sulla versione digitale della testata rosa AlFemminile
“La prima è ispirata al personaggio di Shrek, e richiama l’idea di un allontanamento volontario dai contesti aziendali più competitivi e strutturati; è una scelta che nasce dal desiderio di privilegiare ambienti poco stressanti, ritmi sostenibili e coerenza con i propri valori personali.
Il secondo concetto, conscious unbossing, è più radicale, e indica la decisione consapevole di non aspirare a ruoli manageriali, non tanto per mancanza di ambizione ma per una vera e propria ridefinizione di cosa vale la pena perseguire nella vita. Non è meglio ambire al benessere familiare, fisico, psicologico, sociale, piuttosto che ad un ruolo di rilievo che può portare con sé stress e preoccupazioni? Questo approccio rappresenta una rottura culturale significativa rispetto al tradizionale schema che vede il diventare ‘capo’ l’obiettivo di ogni carriera, ed è sostenuto da una filosofia che le generazioni precedenti non osavano nemmeno contemplare.
Questi fenomeni, i cui nomi sono molto mediatici ma i cui significati denotano un importante cambio di rotta, vengono spesso criticati (dai boomer) come emblematici di una generazione choosy, di giovani che non hanno voglia di impegnarsi, viziati. Ma se li si osserva con uno sguardo più ampio e meno critico è facile collegarli al contesto contemporaneo, nel quale instabilità economica, precarietà e crisi globali hanno ridimensionato l’idea stessa di sicurezza professionale: se il lavoro non garantisce più stabilità e benessere, diventa più che legittimo chiedersi quanto spazio debba occupare nella propria vita. La risposta della Gen Z sembra essere chiara: poco”.
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