L’intelligenza artificiale ridisegna il ruolo dell’essere umano

C’è un paradosso che racconta meglio di qualsiasi analisi il momento che stiamo vivendo.

Da un lato, Elon Musk cerca lavoratori italiani per addestrare Grok, la sua intelligenza artificiale, retribuendo fino a 260 euro al giorno per insegnare alla macchina a vedere con occhio umano, interpretare immagini, riconoscere sfumature.

Dall’altro, il Tribunale di Roma riconosce la legittimità del licenziamento di una lavoratrice sostituita proprio dall’intelligenza artificiale, ritenendo la fattispecie riconducibile alle valide motivazioni di riorganizzazione aziendale.

Due notizie che, se guardate dalla giusta prospettiva, raccontano una storia molto simile.

Pagati per insegnare alle macchine

Per far funzionare l’intelligenza artificiale servono gli esseri umani.

Dietro ogni modello linguistico o visivo c’è un vastissimo e invisibile insieme di persone che etichettano dati, correggono errori e insegnano contesto. Un lavoro sofisticato e di fino, troppo spesso percepito come di contorno.

Eppure, l’apporto umano è una delle leve decisive nella competizione tra modelli di intelligenza artificiale.

E questo Elon Musk lo sa molto bene.

Due modelli di AI in possesso degli stessi dati si comportano in modo completamente diverso in base a come sono stati “educati” dagli umani.

La vera gara oggi non è solo tecnologica, non si tratta solo di GPU e di potenza computazionale.

Il varo arbitro di questa competizione, l’essere umano, giudica gli output dell’AI secondo criteri inevitabilmente umani: chiarezza, coerenza, utilità, capacità di interpretare il contesto.

A vincere non è il modello più potente, ma quello che meglio riesce a intercettare questi standard.

Ed è proprio qui che nasce una nuova organizzazione del lavoro, un sistema in cui uomo e macchina non sono su due piani contrapposti, ma si integrano in modo sempre più stretto.

Il lavoro cambia, il diritto resta?

La sentenza del Tribunale di Roma (n. 9135/2025) citata in apertura, diversamente da come si potrebbe credere, non ha affermato che l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale legittimi di per sé il licenziamento.

Il licenziamento è stato ritenuto legittimo perché inserito nel contesto di una riorganizzazione aziendale effettiva, legata ad esigenze economiche e produttive.

Per intenderci, si tratta di una delle cause che dal 1966 legittimano licenziamento, a condizione che il datore di lavoro sia in grado di provare, di fronte ad un giudice, le esigenze organizzative indicate come motivazione del recesso.

Il Tribunale di Roma si è, quindi, limitato a ribadire dei principi che di nuovo hanno ben poco, constatando che la situazione di crisi e le conseguenti esigenze riorganizzative addotte dal datore di lavoro fossero fondate e quindi dichiarando la legittimità del licenziamento.

Dunque, la semplice introduzione in azienda di sistemi AI rimane ad oggi non sufficiente per giustificare un licenziamento.

L’AI diventa piuttosto uno strumento legittimo di riorganizzazione aziendale in situazioni di crisi, anche a livello giuridico.

Il diritto continua, quindi, a valutare la riorganizzazione aziendale secondo le tradizionali condizioni del giustificato motivo oggettivo, confermando quindi che, almeno per il futuro prossimo, anche l’impatto di tecnologie rivoluzionarie come l’intelligenza artificiale potrà essere regolato da norme concepite in un contesto profondamente diverso.

Tuttavia, nel lungo termine è difficile pensare che gli strumenti normativi attuali possano gestire trasformazioni che incidono così profondamente sulla natura stessa del lavoro.

Proprio per questo, consapevoli della rapidità con cui i sistemi AI stanno evolvendo, è auspicabile che il dibattito sulla concezione stessa del lavoro torni ad essere centrale, concentrandosi non tanto su come regolare l’intelligenza artificiale, ma piuttosto sul come ridefinire il ruolo del lavoratore in un sistema completamente nuovo.

Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.  

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