
I dati del SIPRI
I recenti dati dell’Istituto Internazionale di Richerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) per il quinquennio 2021-2025 disegnano un mondo sempre più armato: le esportazioni globali di armi sono cresciute del 9,2%, con l’Europa che triplica le importazioni (+210%) e l’Italia che registra un’impennata del 157%, portandosi al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali.
Le armi italiane finiscono soprattutto in Medio Oriente (59%), ma anche in Asia ed Europa. Il fenomeno non è solo statistico: oltre a essere il prodotto di scelte politiche è anche un processo culturale. Dietro ogni container carico di armi, infatti, non ci sono solo merci, ma anche uomini e donne, corpi e menti, che vengono spostati, addestrati, disciplinati alla guerra.
La cultura della virilità nella gerarchia sociale
Nonostante i recenti dati segnalano che in Italia le donne rappresentano l’8,8% del personale militare, la guerra resta una realtà a prevalenza maschile. Com’è possibile? Francesca Cavallo, autrice – con Elena Favilli – del bestseller di Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli (Mondadori, 2016), analizza come la cultura della virilità e della sottomissione gerarchica sia un elemento imprescindibile.
Nel suo articolo Perché i maschi autoritari hanno bisogno della guerra? afferma la centralità nella definizione di virilità nei modelli di governo “antidemocratici”: la guerra è il luogo in cui la mascolinità si misura, si conferma e si impone.
Non solo. Michel Foucault nel suo saggio Sorvegliare e punire (1975), ha mostrato come le istituzioni moderne (scuole, carceri, caserme) utilizzino meccanismi disciplinari per plasmare corpi e menti, rendendoli funzionali al dominio.
La caserma, come la scuola, è un luogo in cui si impara a obbedire, a sopportare la fatica, a cancellare la propria soggettività in nome di un ordine superiore. La violenza non è solo fisica: è anche psicologica, simbolica e, appunto, culturale.
Una mobilitazione contro l’abbrutimento
La guerra non è solo un fatto militare, ma un fenomeno culturale che si nutre di mascolinità oppressiva, gerarchie violente e indifferenza collettiva. Eppure, di fronte a questo scenario collettivo e mondiale, esistono spazi alternativi.
Nei giorni scorsi, il porto di Gioia Tauro è diventato simbolo di una mobilitazione che ha cercato di fermare il transito di container sospetti di trasportare armi dirette in Israele.
Nonostante la nave sia salpata prima dei controlli, la società civile e i movimenti come BDS Italia, insieme alla campagna internazionale No Harbor for Genocide, hanno chiesto ispezioni e blocchi, invocando il rispetto del diritto internazionale.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.
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