
Scene quotidiane che raccontano un modello sociale
Chi visita Copenhagen rimane spesso sorpreso da immagini che, per molti italiani, sono ancora poco comuni: padri che spingono il passeggino, giocano con i figli al parco in pieno orario lavorativo o si ritrovano tra amici, ognuno con i propri bambini al seguito.
La stessa quotidianità si ritrova anche in altre grandi città del Nord Europa. Nei Paesi nordici la presenza dei padri nei primi mesi di vita dei figli è il risultato di scelte legislative precise che hanno trasformato un diritto in una pratica diffusa, incidendo in modo strutturale anche sull’organizzazione del lavoro e sugli equilibri familiari.
La svolta norvegese e il principio della quota obbligatoria
La svolta risale agli anni Novanta, quando la Norvegia ha introdotto quattro settimane di congedo pienamente retribuite e non trasferibili alla madre; nel corso del tempo quella quota si è ampliata fino alle attuali 15 settimane. Una scelta che non ha inciso soltanto sulle abitudini familiari, ma che nel lungo periodo ha prodotto un effetto strutturale anche sull’organizzazione del lavoro: se una parte dell’assenza è riservata obbligatoriamente ai padri, le aziende sono spinte a pianificare sostituzioni, carichi e percorsi di carriera dando per acquisito che la genitorialità riguardi entrambi, riducendo – di fatto – l’asimmetria che tradizionalmente penalizza le madri. Il principio è semplice: per riequilibrare davvero la genitorialità, una parte del congedo deve essere obbligatoriamente maschile.
Un’evoluzione simile ha interessato anche gli altri Paesi nordici. In Svezia, dove già dagli anni Settanta esisteva un congedo parentale condiviso, ma di fatto fruito quasi esclusivamente dalle madri: l’introduzione di giorni non cedibili per ciascun genitore ha progressivamente modificato i comportamenti. Anche in Islanda il modello prevede mesi distinti per ciascun genitore più una parte condivisibile, mentre in Finlandia ogni genitore dispone di un periodo ampio ma solo parzialmente trasferibile. In Danimarca, dal 2022, i padri hanno diritto a settimane non cedibili e molte aziende hanno scelto di rafforzare ulteriormente il sostegno economico, offrendo periodi di congedo pienamente retribuiti superiori al minimo previsto dalla legge.
Gli effetti culturali ed economici nel lungo periodo
A distanza di trent’anni dalle prime riforme, l’impatto è evidente: le indagini mostrano che la quasi totalità dei genitori nordici considera naturale un coinvolgimento paritario del padre nella cura dei figli. Inoltre, più esteso è stato il congedo fruito dagli uomini, maggiore si è rivelata la loro disponibilità a riorganizzare il proprio lavoro in funzione delle responsabilità familiari. La genitorialità diventa così un’esperienza condivisa anche nelle scelte professionali, con effetti concreti sulla distribuzione del carico di cura e sulle prospettive economiche delle donne, che non sono più le uniche a interrompere o rallentare il percorso lavorativo.
Il quadro italiano e le recenti opportunità perdute
In Italia il quadro resta anni luce distante da quello nordico. La fievole speranza di una svolta che si era accesa nelle ultime settimane, infatti, è già svanita.
Il congedo obbligatorio di paternità rimane fermo a 10 giorni: la proposta di legge che puntava ad ampliarlo fino a cinque mesi, di cui quattro obbligatori, estendendo la misura anche ai lavoratori autonomi e rafforzando le tutele economiche legate alla maternità, non ha superato l’esame parlamentare. Per i padri era prevista anche la possibilità di distribuire il periodo di congedo nei 18 mesi successivi alla nascita.
Il testo si è fermato alla Camera dei deputati, con 137 voti favorevoli, 117 contrari e 2 astenuti, dopo il parere negativo della Ragioneria generale dello Stato, che ha giudicato incerte e insufficienti le coperture finanziarie a fronte di un impatto stimato in diversi miliardi nel medio periodo. Respinta anche la richiesta di rinvio, proposta dalle opposizioni per cercare le risorse per rendere la riforma sostenibile.
Nelle stesse ore l’INPS ha diffuso il Rendiconto di genere 2024, dal quale emerge che le donne percepiscono in media il 25,73% in meno rispetto agli uomini. Un dato che rende ancora più evidente quanto il tema della condivisione dei congedi non sia soltanto una questione di organizzazione familiare, ma incida direttamente sulle disuguaglianze economiche.
Il risultato è un cortocircuito politico e simbolico: mentre negli ultimi anni sono state reperite risorse ingenti per altri capitoli di spesa pubblica, l’estensione del congedo paterno viene considerata finanziariamente insostenibile. Il dibattito resta aperto, ma il messaggio che arriva alle famiglie è che la parità genitoriale continua a non essere una priorità strutturale dell’agenda economica del Paese.
Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.
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