Sicilia Express: restare è un altro viaggio

Quel treno chiamato “Sicilia Express”

Il 30 luglio è partito da Torino il “Sicilia Express”, un treno che attraversa l’Italia per arrivare, dopo oltre mille chilometri, nell’isola più a sud del Paese. Un viaggio lento e simbolico che attraversa stazioni e paesaggi e che restituisce profondità a un tragitto che troppo spesso è vissuto solo come fuga o ritorno. L’iniziativa, infatti, si rende un’occasione per riflettere su ciò che la Sicilia rappresenta: un punto di partenza, di transito o di ritorno. E non sempre una scelta. Di questo si ricordano le parole di Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana) che chiosa: «con questa iniziativa vogliamo offrire un’opportunità concreta ai tanti siciliani che vivono lontano dalla loro terra» (Fonte: Palermo Today).

La Sicilia appare come intrappolata in una narrazione periferica: isola che evoca radici e malinconie da un lato oppure emergenze e immagini da cartoline dall’altro. Nella poetica dello scrittore Valerio Magrelli, le zone periferiche – ovvero tutti quei luoghi che si collocano ai margini rispetto a un centro – sono segnate da una forma di “disidentificazione” si appartiene a quei luoghi solo nella misura in cui ci si prepara a lasciarli. Una condizione psicologica e culturale che diventa prassi nella ciclicità delle partenze: per studiare, per lavorare, per vivere. Ogni ritorno, allora, si carica di nostalgia poiché privo di una reale prospettiva di radicamento.

E chi resta?

Tuttavia, al fianco di questa logica della partenza si muove la ricerca del professore e antropologo Vito Teti che ha elaborato il concetto di “restanza”. Restare, secondo Teti, non è un atto di rassegnazione ma di resistenza e reinvenzione. È un gesto attivo che implica la capacità di vivere nei margini senza subirli. La restanza è fatta di presenze quotidiane e di legami che si rinnovano. Non si tratta di idealizzare il Sud, ma di riconoscerne la complessità e le potenzialità. Chi resta, dice Teti, decide di reinventare il senso del luogo, sottraendolo alla condanna dell’assenza.

Ed è proprio dentro questa tensione tra partenza e restanza che si muove la traiettoria di Claudia Fauzia, attivista, ricercatrice e femminista del Sud. In una recente intervista per Domani, Fauzia racconta la sua esperienza di donna meridionale che ha scelto di restare, rimanendo a Palermo, ma anche riformulando un modo diverso di abitare il Sud. La sua azione ha incrociato negli ultimi tempi una realtà emblematica: Moltivolti, spazio ibrido tra ristorante, coworking e centro di progettazione sociale nato nel cuore multietnico di Ballarò. Qui, dice Fauzia, si pratica una forma concreta di “cura territoriale”: si lavora, si cucina, si vive nel quartiere non per sfruttarlo ma per trasformarlo.

Moltivolti è, infatti, in maniera tangibile ciò che rompe l’incantesimo paralizzante della Sicilia-cartolina. Qui si lavora nel presente, con migranti, attivisti, cuochi, operatrici culturali, tutti impegnati a creare legami duraturi. Si tratta di una forma alternativa di esistenza che – in un quartiere come Ballarò, troppo spesso evocato solo per le sue contraddizioni o folclorizzato per i suoi colori – costruisce nuove possibilità concrete. Il progetto coinvolge non solo migranti, ma anche giovani palermitani e “ballarioti” inseriti in percorsi di giustizia riparativa, offrendo loro non assistenza, ma spazio, responsabilità e legami. Alcuni di loro scelgono, appunto, di restare; di contribuire alla trama quotidiana di Millevolti e, in maniera non marginale, della Sicilia.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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