Il Consiglio di Stato sulle scuole di montagna: “Chiuderle solo in casi eccezionali”


«La scuola sarà sempre meglio della m***a» scrivevano – assieme a don Lorenzo Milani – i ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa (1966, Liberia Editrice Fiorentina). Una frase cruda, scolpita nella memoria collettiva come un monito: la scuola è lo strumento concreto per emanciparsi, per interrompere il destino tracciato della subalternità. Oggi, a distanza di decenni, quelle parole tornano attuali nelle valli e nei piccoli centri montani italiani proprio perché la scuola non solo rappresenta un presidio di cittadinanza e democrazia, ma anche una diga contro lo svuotamento e l’abbandono dei territori.

Non solo numeri: la scuola come fulcro delle comunità montane

Con la sentenza n. 2202/2025, il Consiglio di Stato ha affermato un principio giuridico e sociale di grande rilevanza: le scuole situate nei territori montani e periferici possono essere soppresse solo in presenza di circostanze eccezionali. La decisione sottolinea l’obbligo delle istituzioni di tenere conto non solo dei numeri, ma anche la valutazione dell’impatto che la chiusura di un presidio scolastico può avere sulla tenuta e sulla vitalità di comunità già esposte al rischio di spopolamento e marginalizzazione.

Il caso specifico – la prevista chiusura dell’Istituto comprensivo di Ripalimosani, in Molise – assume così un valore emblematico: non si tratta soltanto della sopravvivenza di una scuola, ma della difesa del diritto all’istruzione nei territori fragili, della tutela dell’equilibrio sociale locale e del riconoscimento della scuola come centro nevralgico della vita comunitaria. Questa sentenza si inserisce in un dibattito più ampio, che vede sempre più spesso le aree interne e montane opporsi a decisioni centralistiche fondate su criteri meramente quantitativi.

Infatti, il massimo organo della giustizia amministrativa ha richiamato l’art. 44 della Costituzione, che impone allo Stato di adottare misure a favore delle zone montane. Una norma troppo spesso dimenticata, come se la montagna fosse un luogo da abitare solo per svago e non un ambiente vivo, fatto di famiglie, lavoro, cultura e memoria. Chiudere una scuola in quei luoghi significherebbe accelerare l’abbandono, rendere quei territori ancora meno attrattivi per chi vorrebbe restare o tornare.

Oltre i trekking: la scuola come sentiero di futuro

Nel film Aspromonte. La terra degli ultimi (2019), un intero villaggio calabrese si ribella all’indifferenza dello Stato e decide di costruirsi da solo la propria scuola. La storia, ambientata nel 1951, consegna un messaggio ancora oggi urgente: la scuola è identità, è radicamento, è resistenza. Privare le comunità montane della scuola significherebbe condannarle all’isolamento e all’abbandono, come ribadisce anche la lettera trasmessa al Ministro dell’Istruzione e del Merito: «La scuola salva i paesi, la chiusura è il modo più semplice per distruggerne la storia, il presente, il domani».

Lo sa bene l’Uncem (Unione nazionale Comuni, Comunità ed Enti montani), che ha definito la sentenza «una vittoria culturale e costituzionale». Il suo presidente, Marco Bussone, chiede al Ministero dell’Istruzione di promuovere modelli educativi integrati e flessibili, capaci di adattarsi alla geografia e alla densità dei territori, e di far sì che le scuole non siano solo centri didattici, ma veri centri comunitari in grado di coniugare istruzione, servizi, cultura e coesione (Fonte: Domani).

La montagna, dunque, non solo come fondale turistico da frequentare nei finesettimana, ma parte integrante del corpo vivo del sistema paese.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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