Il fenomeno ignorato dell’inattività maschile adulta in Italia

L’Italia ha uno dei tassi di inattività più alti d’Europa. Ma mentre si parla tanto della condizione occupazionale delle donne e dei giovani (i c.d. Neet), il fenomeno dell’inattività degli uomini adulti rimane molto meno dibattuto, seppur spesso considerati tra i più “favoriti” per l’offerta di lavoro.

Dal punto di vista storico, la pandemia sembra aver accentuato la disconnessione tra uomini e lavoro, ma l’inattività maschile può sempre considerarsi una scelta consapevole o è il risultato di una frustrante ricerca del lavoro perfetto? Un articolo di Avvenire sembra fornire un’attenta disamina della questione (di Laura Zanfrini, Quando gli uomini non lavorano: scelta consapevole o fallimento?).

Ad affrontare il tema per la prima volta sono i ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con uno studio transdisciplinare dal titolo “(Im)perfetti sconosciuti” che fornisce una panoramica sulla condizione occupazionale dell’uomo in Italia; e di come, l’inattività maschile, non si consideri ad oggi socialmente approvata. L’obiettivo della ricerca è quello di esplorare le molteplici cause e le implicazioni sociali, economiche e culturali del fenomeno, dalla mascolinità alla rappresentazione del lavoro nei media e nella società.

Inattività: è davvero una scelta consapevole?

A parlare sono gli ultimi dati statistici pubblicati dall’ISTAT. Gli inattivi a febbraio 2025 sono cresciuti dello 0,3%, per un totale di 33mila unità, dato che coinvolge per lo più gli uomini e i 25-34enni, a fronte di un calo di inattivi fra le donne, per cui si registra una situazione più stabile.

La crisi dell’occupazione maschile non riguarda solo la difficoltà nel trovare un impiego, ma può trarre origine da una crescente frustrazione verso un lavoro precario e poco soddisfacente. Da qui nasce la dicotomia tra l’inattività come scelta consapevole – orientata a una migliore qualità della vita e a una diversa gestione del tempo – e l’inattività vissuta come conseguenza di un fallimento, con pesanti ricadute economiche e sociali, difficoltà nel reclutamento e disagi psicologici e familiari per chi la sperimenta in prima persona.

Complice l’assenza di una stabile struttura di politiche attive del lavoro, uomini spesso in età più avanzata (soprattutto oltre i 50 anni), incontrano difficoltà maggiori nel reinserirsi nel mercato del lavoro, risultando difficile la competizione con lavoratori più giovani. A cambiare sono anche le competenze richieste, legate a livelli d’istruzione più bassi in passato e in continuo cambiamento oggi, dove a spiccare sono le abilità digitali, non facilmente acquisibili da tutti.

Gli stereotipi sociali legati all’inattività

La disoccupazione o la scelta di non lavorare non sono mai esperienze unidimensionali, ma riflettono una molteplicità di risposte individuali a condizioni di vita spesso complesse.

Dall’articolo di Avvenire si legge come l’inattività maschile, pur essendo vissuta come una condizione anomala rispetto alle aspettative della società moderna, è un fenomeno che trova le sue radici nella stessa evoluzione del modello socioeconomico contemporaneo. Se, da un lato, la società industriale ha sancito la centralità del lavoro maschile come pilastro dell’identità e del ruolo sociale, dall’altro ha accettato- se non addirittura imposto- un regime di genere che permette alle donne di essere più flessibili rispetto al concetto di inattività. Gli uomini, al contrario, vengono frequentemente stigmatizzati per non rispondere ai canoni tradizionali del “fare” lavorativo, quale elemento imprescindibile di valore.

L’inattività, dunque, per l’uomo moderno non è solo una condizione economica, ma ha ripercussioni profonde su vari aspetti della vita, da quello sociale a quello familiare. La mancanza di un lavoro retribuito, soprattutto in una società che misura il successo attraverso il lavoro professionale, tende a trasformarsi in una sorta di insuccesso esistenziale in quanto il lavoro è ancora visto come una delle principali fonti di legittimazione sociale.

In queste circostanze, quindi, il rischio è che l’assenza di lavoro non sia vista come una scelta, ma come un fallimento che mette in discussione la propria identità e posizione sociale.

Ci sono anche uomini che scelgono di dichiararsi inattivi come strumento per fronteggiare il dolore legato alla difficoltà di trovare lavoro. In questi casi, l’inattività diventa una forma di resistenza alla pressione sociale.

In tal senso, la condizione di inattività può trasformarsi in un potente strumento di contestazione e in uno stimolo per ripensare il modello economico e sociale dominante, esplorando forme alternative di organizzazione sociale e professionale.

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