Il valore di chi insegna. Per una scuola migliore e giusta

Dalle proteste francesi alla situazione italiana

Le recenti proteste che hanno coinvolto numerosi studenti in Francia hanno riportato al centro dell’attenzione le condizioni del sistema scolastico. Le manifestazioni, sfociate in alcuni casi in scontri con la polizia e blocchi degli istituti, hanno portato alla luce questioni che non riguardano soltanto gli studenti, ma anche chi nella scuola lavora ogni giorno: carenza di personale, condizioni di lavoro e difficoltà nel rendere il settore sufficientemente attrattivo.

Il caso francese può rappresentare un punto di partenza per guardare alla situazione italiana, dove il problema assume caratteristiche differenti ma presenta una criticità comune: quanto è ancora attrattiva la professione docente e quanto la sua retribuzione è adeguata rispetto alle responsabilità e al costo della vita?

A fornire alcuni elementi per rispondere è l’edizione 2026 di “Education at a Glance”, il rapporto dell’OCSE dedicato ai sistemi educativi. I dati relativi all’Italia mostrano come la questione salariale rappresenti ancora uno dei principali elementi di debolezza della professione.

Gli stipendi e il confronto con le altre professioni

Secondo l’OCSE, in Italia gli insegnanti della scuola dell’infanzia percepiscono una retribuzione inferiore del 36% rispetto agli altri lavoratori con istruzione terziaria, mentre per gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado il divario è del 33%.

Il dato non indica, quindi, semplicemente che gli insegnanti italiani guadagnano meno dei colleghi stranieri. Il confronto riguarda soprattutto il rapporto tra la loro retribuzione e quella degli altri lavoratori italiani con un analogo livello di istruzione, evidenziando una questione di riconoscimento economico della professionalità.

La percezione degli stessi docenti sembra confermare questa difficoltà, difatti, soltanto il 22,6% degli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado si dichiara soddisfatto della propria retribuzione, contro il 38,7% della media OCSE.

Il dato, dunque, è particolarmente significativo perché la situazione cambia quando si considerano le condizioni di lavoro nel loro complesso: la quota di docenti italiani soddisfatti delle proprie condizioni di impiego, escludendo lo stipendio, arriva infatti al 66,7%. La criticità, dunque, non sembra riguardare necessariamente la professione in sé, quanto il riconoscimento economico che le viene attribuito.

Quando la stabilità non basta

Il tema diventa ancora più concreto se si guarda a ciò che sta accadendo in alcune regioni del Nord Italia. Negli ultimi mesi sono state registrate numerose rinunce alle immissioni in ruolo, con posti rimasti vacanti nonostante la possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato.

A prima vista può sembrare una contraddizione, soprattutto considerando che il contratto a tempo indeterminato continua a rappresentare, almeno in linea teorica, la principale forma di stabilità occupazionale.

La risposta si trova nel rapporto tra retribuzione e costo della vita. Per un docente che deve trasferirsi lontano dalla propria regione, uno stipendio iniziale può essere significativamente ridotto dal costo dell’affitto, dei trasporti e delle altre spese necessarie per vivere in una città del Nord. In alcune situazioni, quindi, accettare un contratto a tempo indeterminato può significare sostenere costi tali da rendere economicamente più conveniente continuare a lavorare con incarichi temporanei vicino alla propria residenza.

È questo il punto in cui il problema salariale diventa un problema di politica del lavoro: non è sufficiente creare posti disponibili se le condizioni economiche offerte non consentono di renderli concretamente sostenibili per i lavoratori.

Una professione da rendere attrattiva

La questione assume ulteriore rilevanza considerando la composizione anagrafica del corpo docente italiano. Nel 2024 il 36% degli insegnanti italiani della scuola secondaria aveva almeno 55 anni, una quota ancora superiore alla media OCSE del 25%.

Il ricambio generazionale diventa quindi una delle principali sfide per il futuro della scuola. Il problema non consiste soltanto nel sostituire i docenti che lasceranno il lavoro, ma nel riuscire ad attirare nuove professionalità e, soprattutto, nel creare condizioni che inducano i lavoratori a rimanere nella professione e nei territori nei quali il loro contributo è maggiormente necessario.

In questo senso, la questione retributiva non può essere considerata isolatamente. La capacità di attrarre nuovi insegnanti dipende da un insieme di fattori, come la stabilità, le prospettive professionali, le condizioni di lavoro e, naturalmente, l’adeguatezza dello stipendio rispetto al costo della vita.

Un mondo da “sostenere”

Le proteste francesi possono dunque essere lette come il punto di partenza di una riflessione più ampia sul ruolo della scuola e sulle condizioni di chi vi lavora. In Italia il problema si manifesta con caratteristiche diverse, ma i dati mostrano una difficoltà concreta nel rendere la professione docente economicamente competitiva e sufficientemente attrattiva.

Il caso delle rinunce al posto fisso nel Nord Italia rende evidente come la stabilità contrattuale, da sola, non sia più necessariamente sufficiente a rendere un posto di lavoro conveniente.

Se l’obiettivo è garantire nel tempo un sistema scolastico capace di assicurare personale qualificato in tutte le aree del Paese, occorre quindi guardare oltre il semplice numero delle assunzioni. Retribuzione, costo della vita, condizioni di lavoro e prospettive professionali devono essere considerati complessivamente.

Perché il valore attribuito agli insegnanti non si misura soltanto nelle parole con cui viene riconosciuta l’importanza della scuola, ma anche nelle condizioni concrete offerte a chi quella scuola è chiamato quotidianamente a costruirla.

Fonti:

Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.

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