Croccantini, Fisco e Chirurgia: il grande affare della Pet Economy

La Pet Economy è un mercato in forte espansione: nel 2024 la spesa per prodotti e servizi per animali da compagnia ha raggiunto i 6.747 milioni di euro, segnando una crescita del 76% in dieci anni secondo stime di Confartigianato.

A confermare il trend i dati Eurispes diffusi lo scorso 4 ottobre, Giornata mondiale degli animali: nel 2026 circa una persona su tre dichiara di convivere con almeno un animale domestico. Il 17,6% degli intervistati vive con un solo compagno a quattro zampe, il 7,6% ne ha due e l’8,5% ne accudisce tre o più. Gli animali domestici occupano un posto sempre più centrale nelle vite di persone e famiglie. Nasce il fenomeno del Pet parenting, particolarmente avvertito a livello internazionale da Gen Z e Millennial come evidenzia il rapporto State of Pets 2026 di The Harris Poll.

Per chi vive con un animale, prendersi cura della sua salute è un dovere morale. Molti mettono al primo posto il benessere del proprio compagno a quattro zampe, considerando le spese per cibo e cure non come un peso, ma come un gesto di responsabilità familiare. Del resto, dal 2025 la legge non tutela più solo il “sentimento per gli animali”, ma gli animali stessi. Ma basta questo a difenderli?

Cronaca giudiziaria e associazioni denunciano periodicamente casi di esercizio abusivo e cattiva gestione sanitaria, come testimoniano le inchieste della LAV (Lega Anti Vivisezione) sui finti veterinari o i report del SIVEMP (Sindacato Italiano Veterinari Medicina Pubblica), che accendono i riflettori su figure non qualificate che eseguono interventi chirurgici e prescrizioni senza titoli abilitanti, mettendo a serio rischio la vita degli animali. 

Il manifesto romano.

Un caso emblematico a Roma: si tratta di una delle strutture note in città per aver attivato un servizio di pronto soccorso vet h24.  E’ in posizione di regolarità professionale e fiscale? La S.O.S. Veterinaria lavora con una semplice licenza per “vendita di mangime e affitto spazi a veterinari professionisti”. 

«La struttura si presentava al pubblico come clinica veterinaria, ma non lo è. Dalla visura camerale risulta che la società mette i propri locali a disposizione di professionisti, ciascuno dei quali agisce in proprio. Come attività registrata indica il commercio al dettaglio di prodotti per animali. Nulla di tutto questo compare sul sito o nei moduli consegnati ai clienti», denuncia un avvocato romano.

Insomma. Sulla carta compri i croccantini, nella realtà ci fai operare il gatto al buio delle tutele igienico-sanitarie e senza uno straccio di copertura assicurativa. Bisogna riconoscere una certa creatività geniale al sistema: presentarsi al pubblico come clinica h24 salvavita e poi scoprire, carte alla mano, di essere registrati come un banale negozio di crocchi che affitta stanze a giornata. 

Multinazionali e fondi di private equity.

Il mercato attivo ha attirato ingenti investimenti: l’ingresso dei fondi di private equity e la nascita di grandi catene veterinarie hanno innescato un acceso dibattito su prezzi, over-servicing (prescrizione di esami non necessari) e pressione sui professionisti.

Inchieste come quella di Report su Rai 3 e le analisi del Fatto Quotidiano hanno documentato la concentrazione delle strutture in mano alle multinazionali, l’esplosione delle tariffe e il peso dell’IVA al 22% sui farmaci veterinari (rispetto a quella agevolata per i farmaci ad uso umano).

Ma si è abbassata la soglia di tutela degli animali e dell’etica professionale in nome del guadagno? Proprio in queste cliniche a catena verrebbero fatti ruotare laureandi e neolaureati alle prime esperienze: “costano meno dei veterinari esperti e garantiscono più flessibilità, ma la mancanza di esperienza aumenta il rischio di errore”. Lo sussurrano, a mezza bocca, gli addetti ai lavori di una ditta che si occupa di (care) esequie dei piccoli amici. La vera magia della Pet Economy sta tutta qui: raccontarci che cani e gatti sono “membri della famiglia”, per poi trattarli nei fatti come un eccellente pretesto commerciale.

La lezione è chiara: l’affetto per gli animali non ha prezzo. Ma con le giuste licenze e un buon investimento, diventa una rendita straordinaria.

Tiziana Benini

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