
Top Story da un articolo del Boston Globe del 4 dicembre, firmato da Aidan Ryan dal titolo “The challenges, and joys, of hiring Gen Z workers”.
Accettare un lavoro e poi abbandonare la nave dopo pochi mesi, presentarsi vestiti da palestra, pronti a chiedere promozioni, totalmente dipendenti dai loro telefoni.
“Their right hand is their phone”. E’ il profilo tracciato per i giovani Generazione Z che si presentano con “un atteggiamento disinvolto nei confronti del lavoro” dice Joseph Fuller, Professore della Harvard Business School e co-direttore del Managing della scuola Iniziativa Future of Work.
“Ma certamente non è limitato ai più giovani lavoratori, è stato modellato in parte da due fattori significativi “ precisa lo studioso – “Sono abitudini di lavoro da casa che si sono insinuate nella cultura dell’ufficio durante la pandemia, e un’economia forte, che ha dato numerose opzioni alle persone in cerca di lavoro”.
“Penso che queste cose siano difficili da capire al di fuori del contesto più ampio – e questo contesto più ampio è ovviamente il Covid e l’interruzione del lavoro che ha causato” dice Fuller e mette in guardia dal dare troppo peso a queste generazioni.
Tendenze: “Questa non è una trasformazione titanica. Le persone vogliono ancora lavorare per stessi tipi di aziende che hanno sempre fatto: aziende che offrono posti di lavoro dignitosi e sicuri”.
Identificati come la generazione dalla “mano destra sempre al telefono”, i giovani della Gen Z riserverebbero però anche degli aspetti positivi, primo fra tutti, l’avere “una buona padronanza della tecnologia e una sete di apprendimento”.
Dalle parole dello psicologo clinico del Thriving Center of Psychology di New York, Tirrell De Gannes, “la generazione Z è una generazione che tende ad agire subito quando si rende conto che non è adatta a qualcosa, indipendentemente dalle conseguenze”.
Generazione Z tra gioie e dolori.
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