
Si apre il dibattito sulla settimana di lavoro più corta, già a regime in altri Paesi.
All’indomani della stipula dell’accordo preliminare tra sindacati e Agenzia Aran sul rinnovo dei contratti pubblici, la novità che salta all’occhio è la proposta di Confsal-Unsa volta a riconoscere la settimana corta di 4 giorni per i dipendenti della pubblica amministrazione.
Un’ipotesi di settimana corta, nel testo proposto dal sindacato autonomo, da sostenere a parità di retribuzione e di orario di lavoro, si legge nella nota sindacale sulla bozza dell’accordo.
La bozza passa poi ai comparti, dove si dovrà valutare, se va bene il progetto, se applicarlo alle categorie professionali.
Parliamo di settori disparati dove l’interpretazione delle norme può arrivare all’antitesi. E’ caso dei buoni pasto in smart working, percepiti da alcuni e negati ad altri. C’è tanta differenza tra le singole amministrazioni.
La bozza di accordo prevede che l’orario di lavoro settimanale rimanga articolato in 36 ore che potranno essere suddivise in 4 giorni, al posto di 5, per un totale di 9 ore di lavoro al giorno.
Questo significa lavorare in modo diverso e ci sembra un’idea originale, un modo flessibile di percepire orari e lavoro. Ne sappiamo ancora poco, non è ancora ufficiale.
Ma se per molti è un sogno; per altri è già realtà.
Come sta andando la settimana corta nelle aziende italiane lo racconta invece il Post che pubblica uno studio di settore e illustra “i benefici della settimana corta sperimentata in diverse aziende italiane come Intesa San Paolo e Lamborghini” che sembrano “incoraggianti e positivi”.
Tuttavia, le aziende che adottano il nuovo sistema, prosegue l’articolo – non possono considerarsi “rappresentative di tutta l’economia italiana” e “ci sono ancora molti passi da compiere”.
Orario flessibile, sperimentazione e ampio raggio
Si, l’orario di lavoro non è più quello dei nostri nonni, e nemmeno il lavoro è quello di una volta. Lo avevamo capito già da un po’, ma vediamo emergere spinte insolite verso il cambiamento.
Si fa strada l’idea di una maggiore flessibilità: tra vita e lavoro, produttività e orientamento al risultato. Una “nouvelle vague”, lavorare le stesse ore gestendo meglio il proprio tempo.
Guardando all’Europa, sia la Francia che l’Inghilterra sono già andate in questa direzione.
In Francia la proposta interessa il settore pubblico: sull’Ansa “Francia punta sulla settimana corta, “concentrata in 4 giorni”
Nel Regno Unito invece, il movimento indipendente “4 day week” insieme ad altri, sponsorizzano tra i datori di lavoro una settimana lavorativa di 4 giorni e 32 ore a vantaggio dell’economia e della società.
E perché no, anche dell’ambiente.
Già dal febbraio dell’anno scorso tra le aziende partecipanti al progetto pilota, circa il 92%, ha scelto di adottare il modello della settimana corta in via permanente.
Garantirebbe risultati ottimali dal punto di vista economico oltre che il benessere dei lavoratori.
In Islanda, come riporta il The Economist “il dipartimento di contabilità di Reykjavik ha registrato un aumento del 6,5% nel numero di fatture elaborate durante la sperimentazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente” “Could a four-day working week become the norm?”.
Questo basterà per convincere i datori di lavoro?
Perché la settimana corta è così attraente
Riposo, tempo libero e miglior equilibrio tra lavoro e vita privata sono gli “slogan” più utilizzati per descrivere il fenomeno che visto dall’esterno sembra promettere un’idea perfetta di vita felice e appagante.
A ciò si aggiungono obiettivi aziendali a lungo termine che spesso non richiedono un cronometraggio stringente, tanto più può sembrare benefico concentrare meglio e in modo più preciso il lavoro in sole 4 giornate piuttosto che nell’intera settimana.
Eppure, la gestione del tempo resta qualcosa di estremamente soggettivo, così come lo è la produttività che ciascuno è in grado di sviluppare.
Malgrado i vantaggi evidenti, una settimana più corta favorisce giornate di lavoro più lunghe, e magari qualche difficoltà. Come quella di conciliare la propria scelta con quella del collega che si attiene ad un orario di lavoro “normale”.
Dal punto di vista gestionale poi, la scelta di garantire il diritto alla settimana corta, va da sé, è insita nella struttura aziendale, nel tipo di attività svolta e nel settore di appartenenza della singola realtà.
Conclusioni
Tra orari mutevoli, nomadi digitali e algortimi, il cambiamento della percezione del lavoro sta avvenendo su più fronti.
Ci siamo, è la “nouvelle vague”.
Nel complesso, si avverte una generale inversione di rotta e le nuove generazioni vanno verso nuovi modi di pensare. È un fattore culturale.
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